Glory (2016)
Waves (2016)
María (y los demás) (2016)
Un padre, una figlia (2016)
United States of Love (2016)
Personal Shopper (2016)
Zoology (2016)
precedente
seguente
Scegli la lingua en | es | fr | it

email print share on facebook share on twitter share on google+

Country Focus: Regno Unito

UK - La situazione del mercato (ottobre 2002)

di 

- La situazione del mercato

Solo cinque anni fa si poteva parlare di Londra come di un alveare in attività dove trovavano la giusta collocazione sia i professionisti di film commerciali di alto profilo che i rappresentanti di società più piccole e più autoriali. Londra contendeva a Los Angeles il primo posto sul podio delle esportazioni internazionali dei film indipendenti. Ma a causa dei dissesti provocati all’economia mondiale dall’11 settembre, del collasso del “Neuer Markt” tedesco e dell’incertezza che grava sulla pay tv in Europa, i venditori britannici, esattamente come quelli delle società di tutto il mondo, hanno perso buona parte della loro forza e della autorità.
Il 2002, in particolare, con la chiusura di Film Four, Granada Films e Signpost Films, è stato un anno difficile e duro per tutta l’industria cinematografica britannica.
Cineuropa indaga a tutto tondo sulle società di esportazione inglesi e sui continui adattamenti a cui deve sottoporsi il mondo del film indipendente per sopravvivere in un mercato in costante cambiamento.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)Cine Iberoamericano Int

Il boom

Ricordate cinque anni fa? Per i filmmaker indipendenti di entrambe le sponde dell’Atlantico Londra era un cuore pulsante e in continua espansione, dove si poteva bussare a una gran varietà di uffici per far decollare il proprio progetto, senza preoccupazioni di budget. La scelta era tra compagnie di spicco come PolyGram, Capitol Film, United Artist (settore specializzato della MGM), Icon Entertainment International, Intermedia e J&M Entertainment che offrivano servizi a livello di studios americani, ma anche tra Film Four, The Sales Company e una dozzina di altre società meno imponenti che trattavano film d’arte e d’autore.
Mentre Trainspotting, Secrets & Lies, Full Monty e Bean conquistavano pubblico e critica in tutto il mondo, si rafforzava l’idea che il Regno Unito fosse un luogo dinamico e creativo, dove anche i film a basso budget avevano l’opportunità di diventare successi internazionali di lunga durata, con le stesse chanche di mercato di quelli commerciali e “ricchi”.
Nuovi attori fecero in loro ingresso sulla scena dei finanziamenti e delle esportazioni internazionali: Jeremy Thomas della Hanway Films, Renaissance Films, codiretta dal produttore Stephen Evans e dall’ex giornalista Angus Finney con Bill Stephens direttore vendite, e Alibi Films lanciata dal duo Gareth Jones e Hilary Davis, già protagonisti a Handmade Films.
Anche società straniere come Lola Films del produttore spagnolo Andres Vicente Gomez e il gruppo francese Pathé aprirono a Londra uffici di esportazione per seguire le vendite dei loro progetti in lingua inglese.
Ancora un paio d’anni più tardi, nel 1999-2000, l’euforia associata al boom azionario del nuovo mercato tedesco, la crescita delle produzioni britanniche resa possibile dai tagli fiscali e dalla liquidità della Lotteria, ma anche l’affermazione a livello internazionali di titoli come Lock and Stock And Two Barrels, Shakespeare In Love, Notting Hill, Billy Elliot o Chicken Run suggerivano agli agenti un senso di invulnerabilità che la crisi economica ormai alle porte avrebbe presto smentito.

Ritorno alla realtà

La doccia fredda era infatti dietro l’angolo, e molti esercenti e produttori britannici hanno dovuto rapidamente prendere atto del fatto che il periodo di euforia era definitivamente tramontato. Da allora, alcune tra le principali società indipendenti sono scomparse dal mercato (J&M, Alibi, United Artists, Lola Films UK), mentre altre come Intermedia hanno traslocato a Hollywood. L’apertura di Signpost Films nel 2001 è stato un coraggioso tentativo di Stewart Till di fronteggiare la cruda realtà del mercato, ma il suo sogno ha avuto vita breve: la società ha chiuso i battenti il mese scorso.
Gli esportatori britannici sono tuttora in cauta attesa di tempi migliori: e tutti, persino compagnie finanziariamente in salute come Pathe International, operano in bilico tra la cautela e la valutazione continua dei fattori di rischio. “Pathe non è mai incorsa in grossi rischi”, conferma il direttore vendite della società, Alison Thompson. “Generalmente giochiamo sulla lunga distanza, cercando sempre di avere film molto diversi, dai titoli di grosso calibro, come il prossimo film di Jane Campion In the Cup, attualmente in post-produzione, ai film di nuovi registi dagli esiti meno prevedibili”.
Le società di vendita si rivolgono ai distributori internazionali assecondando l’evoluzione del mercato, polarizzato in due tipi di prodotti: da un lato film di genere o diretti da registi molto noti (due esempi che all’ultimo Mifed hanno avuto buoni riscontri possono essere il cartone animato di Pathe The Magic Roundabout e The Company della Capitol Film diretto da un regista stimato e famoso come Robert Altman), dall’altro piccoli film d’autore con l’imprimatur di un festival o della critica come Bloody Sunday della Portman o Bend It Like Beckham della Work.
Secondo Angus Finney della Renaissance Film “il mercato è profondamente cambiato e film da 10-12 milioni di euro sono molto difficili da finanziare oggigiorno”. Piuttosto, conferma, ci si concentra su progetti da 4-5 milioni di euro, mentre pellicole da 15-20 milioni di budget firmati da registi star inglesi o americani come Neil La Bute (Nurse Betty), Roger Michell (Notting Hill) o Oliver Parker (Una marito ideale) sono progetti in divenire frutto di relazioni e contatti.
Se Renaissance utilizza il suo fondo di sviluppo di un milione di dollari per attrarre i registi più famosi, molte altre società hanno invece incrementato le rispettive attitività di produzione e finanziamento: ne è un esempio la Hanway Films and Winchester che ha appena assunto l’esperto di vendite Gareth Jones (ex Alibi) per metterlo a capo del dipartimento produzione e finanziamenti.

Nell’impossibilità di fare affidamento sulle sole prevendite o sugli investimenti azionari come Film Four che si è ritirato dal mercato, gli esportatori e i produttori britannici devono faticare parecchio per riuscire a mettere insieme i finanziamenti, così molti di loro si sono rivolti a fonti economiche alternative: sussidi, sgravi fiscali, coproduzioni.
Fortunatamente, il Regno Unito è ancora percepito come “il posto giusto” in termini di denaro facilmente reperibile visto che gli incentivi fiscali sono stati prolungati fino al 2005 e che il Film Council ha a disposizione un budget annuale di circa 77,5 milioni di euro: praticamente, ciò significa che i produttori possono contare fino al 50 per cento del budget a livello locale.

Un’altra nota positiva viene dal bouquet di titoli britannici venduti da compagnie che fanno base nel Regno Unito, film baciati dal successo della critica e del pubblico come Bend It Like Beckham, All Or Nothing, Gosford Park, Bloody Sunday.
Il 2003 dovrebbe essere un anno nuovamente sulla cresta dell’onda, con film molto attesi che arriveranno finalmente sugli schermi come The Mother di Roger Michell con Daniel Craig, To Kill a King di Mike Barker con Tim Roth e In The Cut di Jane Campion con Meg Ryan.
Attratti sia dal boom del tax break che dalla presenza di registi, produttori e scrittori di talento, alcune società statunitensi hanno deciso di scommettere o di reinvestire sulla comunità del cinema londinese, altro buon segno per tutto il Regno Unito. Così Lakeshore ha ingaggiato Peter Rogers per supervisionare da Londra tutti i progetti di coproduzione in Europa, e i produttori Edward Pressman e John Schmidt hanno assunto, sempre a Londra, Jamie Carmichael (ex Icon) come direttore vendite della loro Content International.
Per Alison Thompson, tutti gli esportatori britannici devono cercare in questi tempi di rimanere a galla. “Lo scenario inglese è di nuovo alla vigilia di una nuova era – sostiene – e gli inevitabili cambiamenti di questi mesi ci porteranno a percorrere nuove strade”.

London Screenings: stritolati dal mercato

Quest’anno i London Screenings, in programma a Londra dal 28 al 31 ottobre, sono parte integrante del mercato cinematografico autunnale, insieme al MIFED che avrà luogo una settimana dopo a Milano.
Il fatto che questi due mercati si tengano in due diverse città europee a così poca distanza l’uno dall’altro ha sempre costituito un problema per venditori e compratori; non tanto per i grandi acquirenti, che possono affrontare i costi di una doppia presenza, quanto per la rilevante maggioranza di compagnie più piccole. E’ per questo che dallo scorso anno, spinti da un clima di crescente difficoltà economica e politica, la maggior parte dei distributori e dei fornitori cinematografici ha preso atto dell’impossibilità di sostenere oltre un duplice costo delle spese di mercato e della necessità di scegliere uno dei due eventi.
L’anno scorso il MIFED è stato disertato da molte major americane, Miramax e Good Machine in testa, e solo alcuni dei loro rappresentanti hanno partecipato alle giornate di Londra: all’indomani dell’11 settembre, la paura per la sicurezza dei loro impiegati fu uno dei fattori determinanti di quella decisione.
Ma quest’anno è crisi nera ai London Screenings: le associazioni di export francesi e inglesi, seguite a ruota da una dozzina tra le maggiori compagnie americane, hanno infatti deciso di boicottare l’appuntamento londinese, indebolito nelle finanze, per non parlare della credibilità.
Cineuropa fa il punto sulla storia dei London Screenings, sulle ragioni dell’esodo delle compagnie di vendita più importanti e sulla necessità, sottolineata da molti dei loro rappresentanti, di razionalizzare i mercati cinematografici in generale.

La guerra per il controllo

I London Screenings sono nati alla fine degli anni Ottanta per volontà di alcuni venditori esteri in cerca di un’occasione privilegiata per mostrare ai grossi acquirenti (essenzialmente major hollywoodiane dirette al MIFED) i loro “prodotti di serie A”. Molti tra i più importanti distributori internazionali apprezzarono la possibilità di evitare la caotica Milano nonché di godere di anteprime di qualità, proiettate in una dozzina di sale pubbliche e private; e i contratti si concludevano per lo più al termine di un drink o di una rilassata cena in uno dei molti locali del West End.
Sino a quando restarono informali e “ufficiosi”, i London Screenings sono stati una tappa ideale anche per i venditori non inglesi, i quali sceglievano Londra nel momento in cui potevano contare su titoli di prim’ordine da mostrare agli acquirenti. Ma gli Screenings sono gradualmente diventati vittime della loro stessa popolarità, imboccando la spirale della totale perdita di controllo. Molti venditori si lamentavano inoltre del sistema di proiezioni bloccate avviato da alcune compagnie di PR londinesi che, in assenza di una organizzazione centrale e ufficiale, spadroneggiano liberamente.
Nell’autunno del 1996, preoccupato dalla piega dell’evento londinese, passato da trampolino di lancio elitario a mercato più convenzionale con centinaia di vecchi e nuovi prodotti da offrire, Mike Ryan, allora co-presidente della J&M Entertainment, cominciò a fare pressione sull’industria cinematografica britannica per un appuntamento più strutturato, così da avere miglior controllo sia sui prodotti che sui servizi. Ryan vagliò anche la possibilità di trovare accordi con il London Film Festival (LFF), in programma ogni anno a novembre.
Nel febrraio 1997, Sheila Whitaker, appena deposta dalla direzione del LLF, si impossessa dell’iniziativa e lancia il suo piano per coordinare i London Screenings pre-MIFED ed un contemporaneo neo-festival londinese battezzato London International Film Festival and Market (LIFFAM). Il progetto prevedeva che entrambi avessero luogo nelle stesse date, durante il mese di ottobre. Stupito dall’annuncio a sorpresa, il British Film Institute, organizzatore ufficiale del LFF, conferma per novembre le date dell’esistente London Film Festival, ma si propone di collaborare alla formalizzazione dei London Screenings. I rappresentanti governativi del Dipartimento di cultura, media e sport e quelli del PACT, l’associazione produttori, anche per rispondere alle pressioni dell’industria cinematografica che cercava soluzioni e arbitrati alla situazione, commissionarono uno studio di fattibilità per la creazione a Londra di un mercato e di un festival cinematografici internazionali di prima grandezza, in grado di competere con Cannes e Berlino. Il rapporto non è mai stato ufficialmente reso noto e il progetto lentamente abbandonato.
Molte sedicenti organizzazioni, sponsorizzate da varie compagnie cinematografiche attratte dal potenziale speculativo dell’evento, provarono ad addomesticare e a mettere le mani sui London Screenings. Oggi, i più importanti organizzatori e fornitori di servizi sono London Screenings Ltd diretto da Joe Joe Dye di Fusion Event, e Soho Screenings di Sandy Mandelberger. Un’altra organizzazione, fondata da Alexis Bicat, si occupa del servizio di registrazione on line del mercato e la compagnia americana di pubbliche relazione Dennis Davidson & Associates (DDA) si fa carico di trovare spiragli alle proiezioni dei suoi clienti, come a Cannes e all’AFM, l’American Film Market.
Ancora una volta, purtroppo, la presenza di così tanti coordinatori non ha fatto che aumentare la confusione che regna sui London Screenings a tutto vantaggio del rivale MIFED e della sua organizzazione centralizzata.

Razionalizzare i mercati

Gli ostacoli incontrati quest’anno dai London Screenings sono la punta dell’iceberg delle difficoltà che sommergono oggi l’intera industria cinematografica, a cominciare dalle vendite dei film indipendenti e dal settore finanziario. Gli ultimi ad arrivare sono spesso i primi ad andarsene e, a dispetto della popolarità che ha goduto presso i compratori statunitensi, il mercato londinese sarà quest’anno l’ombra di se stesso, a causa della diserzione della maggior parte dei distributori di qua e di là dell’Atlantico.
Nicole Mackey, presidente del Film Export UK e fino a poco tempo fa direttore vendite al Signpost Films, è stata una delle prime a boicottare Londra, insieme a Jane Barclay di Capitol Films. Mackey ha spiegato a Cineuropa le ragioni della sua decisione: “La maggior parte delle compagnie britanniche di vendita” spiega “sentivano che sin dagli esordi i London Screenings erano in qualche modo scorretti nei confronti degli altri mercati, ma ora sono diventati impraticabili persino per noi che facciamo base a Londra. Raddoppiare le spese per essere a Londra e Milano non ha davvero più senso. E’ per questo che alla fine del 2001 mi sono incontrata con i rappresentati delle organizzazioni dei venditori di Francia, Italia e Germania e con gli organizzatori del MIFED per capire se e come avrebbero potuto migliorare l’offerta di servizi e le condizioni di proiezione, ma anche estendere di qualche giorno il programma. Ci hanno risposto di sì e, in accordo con un gruppo di compagnie chiave inglesi e americane, abbiamo deciso di boicottare i prossimi Screenings”.
Tra i nomi di alto profilo dei boicottatori figurano Capitol Films, Focus Films, IAC Films, Lakeshore, Intermedia, MDP, Miramax International, Myriad Pictures, New Line, Signpost Films and Summit Entertainment.
Dall’annuncio del boicottaggio, la scorsa estate, tutte le compagnie del Regno Unito si sono unite alla protesta, seguite dalle controparti francesi. Alison Thompson, alla guida di Pathé International Sales Francia di Londra ha espresso opinioni largamente condivise da tutti i contestatari: “Non proietterò nulla a Londra e altrettanto faranno gli altri. Personalmente, non mi sono mai schierata a fianco dei London Screenings, nemmeno agli inizi. Ho sempre pensato che il MIFED funzionasse piuttosto bene, in quanto a infrastrutture e organizzazione, per realizzare un mercato cinematografico efficiente, e questo al di là dei problemi amministrativi. Negli ultimi tre o quattro anni mi sono sforzata di essere attivamente presente agli Screenings, ma quest’anno, saputo che nessuno andrà, provo un grande sollievo: avere due mercati è come avere un mostro a due teste, due mercati diluiti e per di più uno di seguito all’altro. E poiché le cose stanno diventando piuttosto difficili, non vale più la pena. D’altronde – conclude Thompson –, quest’anno c’è una vera e propria attesa per il MIFED, visto che è il primo mercato dopo Cannes e qui le società sveleranno i nuovi titoli, un evento positiva per l’intera comunità cinematografica internazionale”. Anche Joy Wong, direttore vendite a The Works ritiene che “il MIFED è più efficiente di Londra. Gli Screenings sono andati alla deriva, sono fuori controllo e la gente aveva cominciato a proiettare non solo anteprime ma anche film già visti altrove. Era diventato tremendamente oneroso per chi non ha un ufficio”.
Al di là di quanto una dozzina di importanti agenti di vendita britannici ci hanno confermato circa il boicottaggio e la certezza di molte assenze da parte di tutti i maggiori compratori, le varie organizzazioni e le diverse società di servizi che gravitano attorno agli Screenings cercano di non far trapelare alcuna preoccupazione: “Quest’anno abbiamo il 50% in meno di prenotazioni e proiezioni” riconosce Joe Joe Dye, coordinatore di London Screenings Ltd’s. “Ma 90 compratori internazionali tra cui Paramount, Aurum Films, BSkyB, Buena Vista, Columbia, Constantin Films, Gaga, Helkon Media, ZDF, Media Trade e UGC hanno assicurato la loro presenza”. Secondo Dye, la drastica riduzione di proiezioni e di locazioni di uffici registrata quest’anno a Londra non è data dal boicottaggio di una dozzina di compagnie di venditori, ma dalle forze del mercato e dalla più generale mancanza di nuovi prodotti.
Qualunque siano le ragioni di questo “non evento”, i London Screenings 2002 saranno ricordati da rappresentanti dei venditori inglesi al pari di Claudette Alderson della IAC Film come “un esperimento per indurre il MIFED a migliorare i suoi servizi”, e di Angus Finney di Renaissance Films come “un fatto positivo per razionalizzare il mercato sia per i distributori che per le società di vendita”.
L’appuntamento di Londra del prossimo anno – se mai ce ne sarà uno – dovrà necessariamente prendere in considerazione le critiche piovute da più parti e scegliere tra le sole due opzioni che possono garantirne la sopravvivenza: tornare all’essenziale, ovvero proiettare solo anteprime, senza nemmeno arrivare agli affitti degli uffici, così come gli Screenings erano all’origine; oppure allestire una infrastruttura coerente e univoca, capace di offrire all’intera comunità cinematografica gli stessi servizi professionali a prezzi realmente competitivi.

 

in questo country focus

Newsletter

Seneca's Day Lithuania

Follow us on

facebook twitter rss

Home Sweet Home