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Intervista: Ursula Meier • Regista

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Un road movie al contrario

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- Incontro con una regista che ama mischiare i generi e che descrive i meccanismi della sua favola contemporanea sulla famiglia

Intervista: Ursula  Meier • Regista

Autrice di numerosi documentari e di un noto telefilm per Arte (Des épaules solides), la regista svizzero-francese Ursula Meier firma con Home [+leggi anche:
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il suo primo lungometraggio di finzione per il grande schermo. Isabelle Huppert e Olivier Gourmet sono i protagonisti di questa storia familiare che si svolge ai bordi di un’autostrada, coprodotta dalla Svizzera, la Francia e il Belgio.

Cineuropa: Come è riuscita una giovane regista come lei a realizzare un’opera prima di finzione così ambiziosa – da ogni punto di vista – rispetto agli standard elvetici?
Ursula Meier: Non mi piace ripetermi, ogni film rappresenta per me un rischio assoluto. Amo l’ignoto. Ma il mio telefilm per Arte, girato molto velocemente con la videocamera e una piccola troupe, è ambizioso quanto un progetto come Home. L’ambizione è nella sfida artistica, quali che siano i mezzi a disposizione, nel desiderio di provare cose diverse, di interrogare il linguaggio cinematografico. Detto questo, è vero che ho fatto tutto ciò che solitamente si sconsiglia a chi è al suo primo lungometraggio: attori famosi, scenografie da costruire, macchine, bambini, animali!

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Come è avvenuta la scelta degli attori?
Ho pensato a Isabelle Huppert mentre scrivevo, a lei è piaciuta la sceneggiatura e ha detto subito sì. Olivier Gourmet è stato scelto dopo. Mi sono detta che prendere due attori così differenti – e talentuosi – sarebbe stato un mix sorprendente. Per i bambini, mi era piaciuta molto Adélaïde Leroux in Flanders [+leggi anche:
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e abbiamo trovato i due più giovani in Svizzera.

Lei confessa di provare un’ossessione estrema per i personaggi di Home e degli altri suoi lavori di finzione. E’ una qualità (o un difetto) indispensabile per fare cinema?
Sì, bisogna attaccarsi! A distanza, mi rendo conto che torno sempre su questo tema. C’è una frase del regista taiwanese Tsai Ming-liang che ben riassume il mio pensiero: "Quando ci si trova in una situazione tragica estrema, in cui non c’è via d’uscita, si è bloccati, in un solo colpo ci si può liberare, trovare la forza di uscirne”.

Home è al contempo molto “cinematografico” e molto teatrale: si potrebbe ipotizzare una messa in scena in cui il rumore delle macchine potrebbe bastare a rappresentare l’autostrada...
Un regista teatrale mi ha detto, in effetti, che gli piacerebbe molto adattare la mia sceneggiatura. Forse perché è ambientata al chiuso. Ma è un film fortemente cinematografico, dove il suono è importante quanto l’immagine. Se è forte, lo spettatore fa quasi l’esperienza “fisica” di vivere ai bordi dell’autostrada!

Con il suo soggetto metaforico e i suoi colori vivaci, Home richiama il cinema degli anni ‘70. Si pensa ad esempio a Week-end di Godard. E’ stato un riferimento per lei?
In modo inconsapevole. Non è un film referenziale, ma che mescola tutto ciò che mi ha nutrito e dato voglia di fare cinema. Con Agnès Godard, siamo partite da alcune foto: in particolare “Insomnia” di Jeff Wall, dove si vede un uomo addormentato sotto un tavolo in cucina.

Il film, di che genere è?
Credo che sia un film piuttosto singolare. Volevo mischiare i toni e i generi, passare da una scena drammatica a un’altra più buffa, pensare sia a Tati che a Pialat. Anche nel modo di girare, si comincia con la camera a spalla e si finisce con inquadrature molto posate. Solo l’ultima inquadratura è in movimento e dal punto di vista dell’autostrada. Si torna così all’origine di Home: in macchina. Ho visto case che davano sulla strada e mi sono detta che sarebbe stato interessante invertire lo sguardo. In effetti, è un road movie al contrario.

E la sua morale?
E’ una favola contemporanea sulla famiglia, su un isolamento che volge alla follia. Tra i personaggi vi è un’intimità estrema, un legame simbiotico che l’autostrada contribuisce a rafforzare. Finisce per diventare uno schermo sul quale ognuno proietta le sue nevrosi. Rappresenta il mondo – violento, aggressivo, inquinante – che travolge persone che pensavano di poter vivere sole, al margine. A tal proposito, è un film che parla anche di Svizzera.

Quali sono i suoi prossimi progetti?
Ci sto ancora riflettendo, ma so che voglio girare il più presto possibile, in Svizzera e d'inverno!

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