Scegli la lingua en | es | fr | it

Intervista: Gabe Ibáñez • Regista

email print share on facebook share on twitter share on google+

“Gli strumenti del cinema sono idonei a mostrare la pazzia”

di 

- Laureatosi in Scienze dell'Immagine all'Università Complutense di Madrid, Gabe Ibáñez ha realizzato effetti speciali, pubblicità, un cortometraggio e ora un lungometraggio

Intervista: Gabe  Ibáñez  • Regista

Cineuropa: Perché si è interessata a lei Telecinco Cinema, società coproduttrice del film Hierro [+leggi anche:
recensione
trailer
film focus
intervista: Gabe Ibáñez
scheda film
]
?

Gabe Ibáñez: Non avevo intenzione di fare un film così presto, stavo preparando un altro cortometraggio. Ma cercavano un regista per un progetto che avevano per le mani. Fu una sorpresa assoluta quando mi chiamarono, e non ci ho pensato due volte a dir di sì.

Come ha fatto a rendere questo incarico un qualcosa di personale?
La sceneggiatura non era ancora chiusa, avevano l'idea centrale e così andammo sull'isola a raccogliere atmosfere facendo foto. Mi incontravo ogni settimana con lo sceneggiatore per trattare l'aspetto visivo. E la pazzia mi interessava molto: mi dava modo di fare un cinema visivo, basato sulle possibilità del linguaggio filmico, la fotografia e il suono. La pazzia è una cosa molto astratta, ma gli strumenti del cinema sono idonei a rappresentarla. La capacità sensoriale del cinema, con la musica, il montaggio e i colori, aiuta molto a trattare un tema del genere. Se mi avessero offerto una commedia, non so cosa avrei detto...

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

La protagonista Elena Anaya le è stata imposta o è stata una sua scelta?
Io volevo questa attrice. Non ho avuto imposizioni, oltre al tema e allo stile. L'obiettivo era di fare un film di genere con queste caratteristiche, ma ho avuto fin dall'inizio molta libertà. Maria, il personaggio di Elena, sta nel 95% delle inquadrature, perché la sceneggiatura ruota attorno alla sua visione delle cose. E lei ha questa capacità di sostenere visivamente il film, visto che è praticamente sola in quasi tutto il lungometraggio. L'altro personaggio è l'atmosfera del film, e ovviamente non era una cosa fisicamente presente sul set. Così bisognava spiegare a Elena tutto, affinché capisse dove stava e sincronizzasse la sua interpretazione con questo vuoto. Doveva svolgere il suo lavoro di attrice – interpretando un personaggio complicato - e capire allo stesso tempo quale fosse l'impostazione cinematografica del film. E' un metodo di lavoro insolito per un'attrice e lei lo ha fatto molto bene.

Possiamo dire allora che è stata una lavorazione poco convenzionale?
Sì. Nella squadra c'erano diverse persone al loro primo film, e ai veterani il tutto sembrava un po' caotico: lavoravamo con due cineprese, per ogni scena cambiavamo posto alle macchine, io parlavo durante le riprese con l'attrice e con l'operatore, ecc... Dal punto di vista più tradizionale del cinema, questo è il caos, ma noi sapevamo che era un modo possibile di girare. Anche l'interpretazione degli attori doveva allontanarsi dallo stile naturalistico abituale. Ci siamo lanciati e abbiamo rischiato.

Le è tornato utile aver lavorato in pubblicità per creare queste atmosfere?
Sì, e anche per non essere un novizio assoluto. Nel cinema sono un principiante, ma ho lavorato tanti anni con le immagini. Nei lavori precedenti pianificavo tutto: in pubblicità ogni inquadratura è giustificata; questo ti rende molto analitico nel trattamento dell'immagine. Aver lavorato tanto in altri ambiti visivi mi ha aiutato a capire la cinepresa e ciò che significa girare, ma la pubblicità ha uno stile molto caratteristico, che è pericoloso. Succede sempre con i registi che si son fatti le ossa girando spot: ti fa essere più formale e sei abituato a considerare compito tuo anche quegli aspetti che gli altri registi affidano al direttore della fotografia e allo scenografo; quando vieni da questo mondo, sei abituato al fatto che anche queste aree sono responsabilità tua.

Qual è stato l'aspetto più complicato di tutto il processo di produzione di Hierro?
A livello tecnico: girare sul traghetto, perché si muoveva in continuazione. E in generale, la cosa più difficile del fare il tuo primo film è renderti conto dei tuoi limiti, di quanto sia difficile riuscire a trasmettere quello che cerchi e di come ti riguardi tutto quello che succede alla tua squadra di lavoro. Diventi consapevole di quanto sia tutto incontrollabile: quanto difficile sia ottenere quello che vuoi e quanto difficile sia fare i film. E' tutto un processo di apprendistato, per cui, dopo aver fatto Hierro, sono pronto per fare il mio primo film (ride).

photogallery

titolo internazionale: Hierro
titolo originale: Hierro
paese: Spagna
rivenditore estero: Wild Bunch
anno: 2009
regia: Gabe Ibáñez
sceneggiatura: Javier Gullón
cast: Elena Anaya, Bea Segura, Andrés Herrera, Mar Sodupe, Miriam Correa

premi/partecipazioni principali

Cannes 2009 Settimana della Critica
cinando

Follow us on

facebook twitter rss

ArteKino

Newsletter

Les Arcs call
Unwanted_Square_Cineuropa_01