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Intervista: Gracia Querejeta • Regista

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“Non si può tenere la cultura in stato di collasso”

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- La cineasta Gracia Querejeta, nuova vicepresidente dell'Accademia del Cinema, lancia Felices 140 e critica la politica culturale del governo spagnolo

Intervista: Gracia Querejeta  • Regista

Cineuropa: Come molti progetti recenti nel cinema spagnolo, ha scelto di girare Felices 140 [+leggi anche:
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a Tenerife.
Gracia Querejeta: Gli sgravi fiscali delle isole sono stati decisivi e determinanti. Poi ci siamo trovati molto bene perché era verosimile che i fatti accadessero lì: avremmo potuto girare a Burgos, per esempio, ma il paesaggio aspro che ha Tenerife e questa casa sono stati perfetti. Abbiamo approfittato della situazione, ma l'idea di andare alle Canarie è stata di Gerardo Herrero, il produttore, per i vantaggi fiscali della zona: così, alcuni impresari si sono interessati ad investire nel film.

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Nonostante la durezza del suo messaggio, in Felices 140 lascia uno spiraglio di speranza...
Il finale è nato in corso d'opera. Poiché le riprese non seguivano una tabella di marcia rigida ma avevano un ritmo abbastanza rilassato, questa casa-set mi ha dato il tempo di cambiare le sequenze e riscriverle, e mi sono chiesta se non sarebbe stato più realistico conferire almeno a un personaggio un po' di decenza, creando così un po' di speranza.

Continua con lo stesso protagonista, produttore e sceneggiatore. Si trova bene con questa squadra?
Da questo punto di vista sono come mio padre, Elías Querejeta, che mi ha insegnato: quando hai una squadra che funziona...perché cambiarla? Finché ci troveremo bene, continueremo. Anche il mio prossimo progetto sarà con Gerardo Herrero: una commedia romantica, brillante e divertente. Sarà un altro cambiamento: non avrà nulla a che fare con Felices 140, dopo questa visione così estrema degli esseri umani, ma mi sentivo di narrare questa storia adesso.

Torna a lavorare con Antonio Mercer, il co-sceneggiatore.
Collaboriamo da anni, anche se abbiamo lavori diversi. Condividiamo un universo, cosa fondamentale. Ci intendiamo e non è cosa facile: quando si scrive una sceneggiatura, si parla di molte cose personali e un co-sceneggiatore finisce per essere il confessore dell'altro. Deve essere come in una coppia: deve esserci feeling e bisogna condividere preoccupazioni e interessi. A volte ti metti a nudo e altre hai bisogno quasi di una confessione segreta. Bisogna buttarsi, e poi correggere, rimuovere e tornare al principio. Devi stare bene con l'altro, senza paura e senza sentirti sotto esame, in piena libertà.

Con Maribel Verdú è la terza volta...
Il ruolo di Siete mesas de billar francés non era scritto per lei, ma gli altri due, sì. Sapevo che Maribel sarebbe stata la protagonista e ho anche pensato ad Antonio de la Torre, anche se alla fine è un film corale: ma al personaggio della Verdú toccano gioie e dolori.

Avete fatto uscire il film una settimana prima dell'inizio del 18° Festival del cinema spagnolo di Malaga, al quale ha partecipato più volte: questa volta, no.
Mi sembrava strano tornare a Malaga dopo aver vinto due volte lì: sono l'unica regista che c'è riuscita. Malaga ti costringe a fare uscire il film più avanti, a maggio-giugno, e abbiamo pensato fosse meglio farlo prima. E bisogna lasciar spazio agli altri: c'è un fermento interessante e spero ci sia un cambiamento nel modello di finanziamento del cinema.

Un cambiamento...in che direzione?
Oggi, a parte in televisione, si usufruisce dell'audiovisivo in un altro modo; dobbiamo riuscire ad abbassare le tasse culturali e a fermare la pirateria...dobbiamo trovare un sistema in cui il cinema riesca a finanziare il cinema, che parta dal pubblico stesso. Quando avevo 30 anni, non era così difficile trovare i finanziamenti; oggi non è più così. Ora scrivo e poi vedo se il progetto va avanti: è tutto molto diverso. E mi ritengo fortunata ad aver preso il treno della televisione: un rifugio che mi ha insegnato molto. Se non l'avessi fatto, la mia situazione sarebbe stata difficile, come per molti registi.

Sarà il 2015 l'anno della svolta?
Non si può tenere la cultura in stato di collasso: non ha senso. Il Partido Popular non intende dare importanza all'audiovisivo.

Vede l'attuale governo spagnolo come un nemico del cinema?
Quando il settore si è imposto, sono venuti i nodi al pettine.

(Tradotto dallo spagnolo)

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