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Intervista: Pawel Pawlikowski • Regista

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"Illusione e disincanto"

di 

- Incontro con un regista poliglotta che sembra una rockstar ma parla come un filosofo

Intervista: Pawel Pawlikowski • Regista

A Parigi di passaggio, dopo un giro promozionale negli Stati Uniti, il regista di origini polacche Pawel Pawlikowski ricorda per Cineuropa la genesi di My Summer of Love [+leggi anche:
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, il cui successo pone l’autore tra i talenti europei da tenere d’occhio. Incontro con un regista poliglotta dall’aspetto di una rockstar e dal linguaggio del filosofo.

Cineuropa: cosa l’ha colpita nel romanzo di Helen Cross al punto di volerne trarre un film?
Pawel Pawlikowski: Non era il libro in sé stesso ad interessarmi quanto il personaggio di Mona di cui ho amato il carattere, l’umorismo e l’ingenuità. Non era né l’aspetto di realismo sociale tipicamente inglese né l’intrigo complicato, fortemente presenti nel testo, a colpirmi. Ho scoperto questo libro quasi per caso mentre stavo preparando un film su Sylvia Plath, un progetto con una grande star che si sarebbe rivelato piuttosto difficile dato che non avevo alcun controllo sul film. Quando ho letto My Summer of Love, mi sono subito innamorato del personaggio e ho capito dal primo momento che avrei potuto forgiarlo a modo mio, facendo di questo film un vero e proprio lavoro d’artigianato.

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Anche questo film, come The Last resort, è centrato su personaggi femminili. Come mai?
E’ un po’ complicato da spiegare, la donna rappresenta, allo stesso tempo, qualcosa di uguale e diverso da me. C’è tensione, c’è scoperta ma la sento molto vicina sul piano della perversità, al livello di una coscienza che gira su se stessa, che si distrugge. Il mondo non si divide tra gli uomini e le donne, ma tra chi arricchisce la propria percezione attraverso l’immaginazione e vive il bisogno di trascendenza tramite l’arte o la religione, ed i semplici consumatori che si sentono appagati dal mondo così com’è.

Dietro la storia d’amore tra le due adolescenti, nel personaggio del fratello di Mona e dei Born Again Christians si cela un livello di lettura più profondo sul bene ed il male?
Non c’è un messaggio nascosto, piuttosto degli echi, delle immagini e degli archetipi che riemergono poiché fanno parte della nostra cultura. Ma non vuole essere una lettura metafisica. Avevo soltanto bisogno di un altro personaggio che conducesse la sua solita vita e nello stesso tempo avesse una vita interiore, che desiderasse perdersi, trascendersi. Un uomo che, giunto in un vicolo cieco, con il coraggio che gli rimane, decide di fare qualcosa della sua vita, cosa piuttosto rara in Inghilterra e più in generale in una società come la nostra. Questo personaggio intenso permette di tracciare un altro rapporto sentimentale, quello tra la sorella ed il fratello, una specie di ‘amore deluso’. È un film sull’illusione e sul disincanto rispetto alla religione, od al fascino di un personaggio apparentemente mitico come Tamsin, che apre a Mona le porte di un nuovo mondo.

Perchè ha scelto di fotografare la campagna inglese con colori così vividi, quasi saturi ?
Per riscoprire questa campagna e creare un ambiente più elementare, passionale, più adatto alla storia. Sono affascinato dalla campagna dello Yorkshire, dalla problematica di riuscire a evitare questi bagliori grigi, bruni, verdi. È necessario ricreare una luce particolare, accendere certi colori per ritrovare l’essenza di questa campagna così come la si vedrebbe in un pomeriggio assolato.

Il film evita accuratamente qualsiasi forma di spiegazione. È il suo stile oppure è legato a questa storia in particolare?
Ho scritto un intreccio abbastanza classico ma volevo che ogni scena avesse la propria autonomia, una sua vita interiore e che, di conseguenza, il film prendesse corpo naturalmente senza che si percepisse una forte manipolazione narrativa. Tento di distillare la realtà da situazioni ambigue. Perché la vita ha i suoi misteri. È vero che decifriamo la realtà attraverso le storie, ma tutto resta ambiguo, sfuggente. La cosa migliore sarebbe riuscire a far dimenticare allo spettatore che sta guardando una storia. Ho sempre amato i film della "nuova onda" cecoslovacca, (Milos Forman...), dove la realtà non è semplicemente fotografata ma diviene espressiva. Mi piacciono anche molto i primi film di Terence Malick e di Martin Scorsese.

E’ stato difficile mettere in piedi la produzione di My Summer of Love?
E’ stato molto difficile trovare i soldi per un film senza star e con un romanzo poco conosciuto. Quindi, il budget (1,5 milioni di sterline) non era sufficiente. In più, io amo prendermi i miei tempi, fare una preparazione abbastanza lunga. Poiché My Summer of Love ha avuto molto successo, anche commerciale, ed è andato bene anche in America, probabilmente avrò a disposizione un 20% in più per il mio prossimo film. Ho scritto tre sceneggiature ma sospetto che il primo progetto a partire sia proprio il meno caro: la storia di tre uomini che costruiscono dei recinti in una campagna un po’ demoniaca.

Cosa pensa del cinema polacco ed europeo contemporaneo ?
Il cinema polacco non interessa più al mondo, così come non interessa più agli stessi polacchi. In Inghilterra sta succedendo un po’ la stessa cosa. Gli inglesi non vanno al cinema per vedere l’Inghilterra, ce n’è già abbastanza in televisione; vanno al cinema per fuggirla. In Francia ci sono sempre film interessanti e dai punti di vista particolari, ma direi che attualmente ritrovo il cinema europeo in alcuni autori indipendenti americani (Anderson, Jarmusch...) o nella "nuova onda" argentina.

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titolo internazionale: My Summer of Love
titolo originale: My Summer of Love
paese: Regno Unito
rivenditore estero: The Works International
anno: 2003
regia: Pawel Pawlikowski
sceneggiatura: Michael Wynne, Pawel Pawlikowski
cast: Nathalie Press, Emily Blunt, Paddy Considine

premi/partecipazioni principali

BAFTA Awards, 2005 Best British Film
Edinburgh International Film Festival, 2004
cinando

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