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“Ci torno sempre”

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Nicolas Wadimoff • Regista

di Françoise Deriaz

06/05/2010

Nicolas   Wadimoff  • Regista

Cineuropa: Da Les gants d'or d'Akka (1992), il suo percorso di regista e produttore incrocia puntualmente quello della Palestina. Come motiva tale costanza?
Nicolas Wadimoff: Ogni volta che ci vado, mi dico che sarà l'ultima. Ma è come se mi si appiccicasse addosso, ci torno sempre. Sarà anche per il mio gusto per i temi dell'identità, dell'origine e dell'esilio, in relazione alle mie origine miste.

Ha lavorato con Béatrice Guelpa, con la quale aveva diretto L’accord (2005). Può precisare la natura di questa collaborazione?
Lei è giornalista e scrittrice, e il suo approccio umano mi interessa molto. Per Aisheen (Still Alive in Gaza) [+leggi anche:
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, abbiamo cercato insieme i protagonisti del film, preparato il terreno per girare e abbiamo avuto molti scambi sul posto.

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Come è riuscito a entrare a Gaza con una cinepresa nel febbraio 2009, poco dopo l'operazione militare israeliana?
Grazie al sostegno della Televisione svizzera romanza, ho potuto girare per 14 giorni a Gaza. E' molto rispetto ai permessi che danno di solito, ma poco per un lungometraggio documentario. Non dovevamo perdere neanche un minuto! A tal proposito, il lavoro di squadra con Béatrice Guelpa e il capo operatore Frank Rabel è stato fondamentale.

In mezzo alle rovine che l'esercito israeliano continua regolarmente a seminare, lei si aggira per Gaza senza dare la parola ai capi. Perché questa scelta?
Più che gli ufficiali, siamo andati a cercare tutti quelli che tentano si rimettere insieme i pezzi della loro vita. Ma se avessimo visto una scena interessante con qualcuno di Hamas, l'avrei filmata.

Quando riprende l'intervista che una radio indipendente islamica fa a dei rapper, l'azione di Hamas sulla società di Gaza traspare in modo netto. La loro libertà d'espressione è il riflesso delle aspirazioni profonde della popolazione?
In questa sequenza, si percepisce il controllo sociale assoluto che esercita Hamas – che non è l'orientamento più radicale a Gaza – e questo gruppo rap osa dire a voce alta quello che la gente pensa tra sé. A novembre, abbiamo organizzato tre proiezioni del film a Gaza. I rapper e la gente di Hamas sono venuti, e hanno partecipato tutti alle discussioni. Il dibattito è ancora possibile quando ci sono le condizioni adatte, nella fattispecie intorno a un evento preciso, la proiezione di un film. Ma queste possibilità di discussione sono estremamente rare.

Il film si apre sulle immagini di un parco divertimenti distrutto. Lei riprende i simboli della spensieratezza e della meraviglia – uno zoo, dei clown – che sono stati decimati dalla guerra. Il sogno è più forte della guerra?
Mi sono reso conto molto presto che il film sarebbe stato dalla parte dei vivi. La scelta è stata fatta quando ho percepito questa dinamica universale: la voglia di ricostruire dopo la peggiore delle catastrofi. Di colpo, ci siamo diretti verso i luoghi di vita che altrove sono quasi banali, ma che lì diventano incredibili.

Mostra anche una famiglia il cui campo di ulivi è stato annientato. Che cosa vi è successo?
E' l'invasione di terra. E' indifendibile, e spero che la sequenza lo dica in modo sufficiente. Nel film ci si chiede: valeva la pena distruggere questo campo di ulivi, alcuni dei quali datavano diverse centinaia d'anni?

La speranza è più forte nei giovani?
Le persone più mature sono alla loro seconda o terza guerra, sono in qualche modo rassegnate. Mentre le nuove generazioni hanno l'energia folle della giovinezza.

Aisheen (Still Alive in Gaza) ha ricevuto il Premio della giuria ecumenica al Festival di Berlino. Ci sono state reazioni da parte del governo israeliano?
No, per niente. Siamo stati anche invitati dalla Cineteca di Tel Aviv per delle proiezioni speciali. Alcuni israeliani che conosco saranno contenti che il film venga mostrato lì e che dopo se ne possa discutere.

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