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Il filosofo e il maestro: la parola e l’immagine

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Jean Luc Nancy

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- Intervista con il pensatore francese, autore di una lunga e appassionante conversazione sul cinema con Abbas Kiarostami. Il saggio ha vinto il premio FilmCritica-Umberto Barbaro

Jean Luc Nancy

“Era un progetto ideato dai Cahiers du Cinema per il centenario del cinema. Per comporre un’ideale storia del cinema ogni autore doveva scrivere un testo sul film che riteneva più interessante”. Il filosofo francese Jean-Luc Nancy racconta così le peripezie del progetto poi naufragato a causa dei problemi finanziari della famosa rivista francese. Ma da questo testo mancato è nato “L’évidence du film. Abbas Kiarostami”, lunga conversazione con il regista iraniano sul rapporto tra immagine, fotografia e cinema. Vincitore della XVIII edizione del Premio Internazionale FilmCritica-Umberto Barbaro, il libro-intervista, arricchito dal saggio che fu scritto per i “Cahiers”, verrà pubblicato dalla Donzelli editore nel prossimo marzo 2004.
Autore di numerosi saggi sul discorso e lo sguardo, Jean-Luc Nancy ha indagato ulteriormente la materia attraverso l’intervista con Kiarostami, un “regista che fa il cinema restando allo stesso tempo fuori dal cinema”. Una discussione che, a partire dal film scelto da Nancy per il progetto dei ‘Cahiers’, E la vita continua, mette in gioco la definizione di ‘cinema’ interrogandosi “sui concetti filosofici a partire da esso”.

Cosa l’ha colpita del film di Abbas Kiarostami per decidere di approfondire con lui un discorso sul cinema?
“Non sono un esperto di cinema, non ho una conoscenza così vasta da poter riflettere sui film di un secolo di storia, e non mi piace guardare indietro per trovare qualcosa di cui parlare. Quando i ‘Cahiers’ mi chiesero di scegliere un film, avevo appena visto E la vita continua e mi aveva talmente impressionato che non sono riuscito a pensare ad altro. Ero rimasto colpito dallo sguardo del regista. Non si trattava solo di una panoramica del paese dopo il terremoto, ma era anche uno spunto di riflessione. In quella congiunzione ho visto qualcosa di nuovo. Kiarostami fa cinema e allo stesso tempo ne resta fuori”.

Nel corso della sua intervista il regista iraniano insiste molto sull’importanza del pubblico che secondo lui darebbe valore all’opera cinematografica…
“Di solito gli artisti amano affermare cose così estreme. In realtà nessuno più di Kiarostami studia il proprio sguardo e le proprie inquadrature. Mi aveva colpito molto anche il suo modo di ridurre la storia ad un livello zero, ad appena un abbozzo. Con quella intervista analizzammo soltanto la sua cinematografia fino a Il vento ci porterà via. Dopo ci sono stati film come ABC Africa e Dieci, con i quali ha proposto ulteriori innovazioni, come per esempio l’uso di più d’una videocamera”.

Quale cinematografia trova più interessante in questo momento?
“Sicuramente quella orientale, che per altro ha una certa analogia con il cinema iraniano e medio-orientale in genere. E’ un cinema lontano dalle grandi e antiche mitologie, e anche da quelle più moderne del tipo di Guerre stellari. Quelle cinematografie stabiliscono le radici per un nuovo stile, in cui esiste una storia ma si tralascia lo studio psicologico dei personaggi. Sono delle cinematografie che si lasciano condurre verso il quotidiano, come categoria opposta alla Storia. Per tornare all’Europa, mi fanno pensare più al Caro Diario di Nanni Moretti che non a Roma città aperta di Roberto Rossellini”.

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