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"Ho voluto fare diversi film in uno solo"

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Robin Campillo • Regista

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- Il regista e sceneggiatore francese Robin Campillo ha parlato con Cineuropa del suo secondo lungometraggio da regista, Eastern Boys, vincitore del Premio Orizzonti del Miglior Film

Robin Campillo • Regista

Mostra 2013 – Il regista e sceneggiatore francese Robin Campillo ha parlato con Cineuropa del suo secondo lungometraggio da regista, Eastern Boys [+leggi anche:
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, vincitore del Premio Orizzonti del Miglior Film.

Cineuropa: Ci ha messo quasi dieci anni per realizzare il suo secondo film. Che cosa l'ha spinta a concretizzare questo progetto?

Robin Campillo: E' un progetto che porto avanti da molto tempo. Appena dopo Les Revenants, ho scritto una prima sceneggiatura per un anno. L'ho presentata ad alcuni produttori mediamente interessati e mi sono reso conto che il progetto non era sufficientemente compiuto e che non avevo voglia di girarlo. C'è voluto un più lungo periodo di maturazione, di documentazione sulla prostituzione e un'amica sociologa mi ha parlato di questi giovani moldavi che praticavano una forma di ricatto al contempo astuto e inquietante, legato alla pedofilia. Questo nuovo punto di vista mi ha interessato molto e mi sono rimesso a scrivere prima di andare a trovare un produttore con in mano non tanto una sceneggiatura, ma un trattamento.

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Il film prende diverse volte direzioni imprevedibili. Intendeva sorprendere lo spettatore?

Un critico francese che amo molto, e a cui era piaciuto Les Revenants, aveva detto che però era un po' ripetitivo. Faccio molta attenzione ai pareri della gente e questa osservazione mi aveva scioccato. Per il mio secondo film, ho voluto realizzare un'opera divisa in capitoli che mi permettesse di rimescolare continuamente le carte e di fare diversi film in uno solo. Il primo capitolo è una sorta di reportage dalla Gare du Nord. Non conosciamo ancora i personaggi e sta allo spettatore soffermarsi sull'uno o sull'altro membro del gruppo. Secondo capitolo, filmo un sogno che sembra un incubo. Volevo una scena di festa con un'invasione, ma che quest'ultima sembrasse al contempo inquietante e inaspettata. Il protagonista rischia. Il terzo capitolo, poi, focalizza l'attenzione sui due personaggi e sviluppa il loro rapporto da un punto di vista intimo. L'ultimo capitolo, all'hotel, va in un'altra direzione ancora, ma mostra soprattutto un cambiamento. I poteri si invertono e si assiste a un'altra invasione…

Come ha lavorato con gli attori?

Kirill Emelyanov, che interpreta Marek, è un attore russo, professionista dall'età di 5 anni. Non parlava né il francese né l'inglese quando l'ho incontrato, il che era un punto a favore dell'autenticità del personaggio, ma ci è voluta anche molta preparazione per arrivare a comprendersi. Lui e l'attore che interpreta Boss (Danil Vorobyev) sono dei grandi tecnici. Ho visto tantissimi film russi e ci ho messo nove mesi per trovare questi attori. Abbiamo posticipato le riprese di un anno per essere certi di avere un buon cast. Li ho fatti venire a casa mia — il film è girato nel mio appartamento — e gli ho fatto improvvisare la scena della festa. E' stato subito molto forte. Dovevo anche assicurarmi del consenso di Kirill per le scene erotiche. Aveva 21 anni al momento delle riprese. Gli ho spiegato che bastava che immaginasse di vedersi sullo schermo mentre ha dei rapporti omosessuali, che immaginasse la sua famiglia, i suoi amici, questo genere di cose, per essere certo che sapesse che cosa faceva. E' andato tutto bene, soprattutto perché ho dedicato molto tempo agli attori, i quali hanno avuto tutta la libertà di improvvisare durante le riprese.

La questione dei Rom è molto sensibile in Europa. E' stato attento a non stigmatizzare questa comunità?

Volevo mostrare questa comunità clandestina in modo sfumato e mostrare che un affetto era possibile, nonostante tutto. I Rom hanno vissuto l'orrore della guerra e altri drammi traumatizzanti che mi sono a cuore, ma non volevo neanche farne degli angeli. Il film parla anche del rapporto fra ospitalità e ostilità, ciò che Jacques Derrida ha ribattezzato "l’hospitalité": l’impressione che l'ospite sia ostaggio di colui che accoglie e viceversa. 

(Tradotto dal francese)

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