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Pelo malo: un film su come ci si vede

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Mariana Rondón • Regista

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- Cineuropa ha incontrato Mariana Rondón, regista di Pelo malo, vincitore a San Sebastian.

Mariana Rondón • Regista

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, il film di Mariana Rondón vincitore a San Sebastian, racconta la storia di Junior, un bambino di 9 anni dai capelli irsuti che vorrebbe mettere in piega come un cantante pop per la foto dell’annuario. Questo lo mette in contrasto con la madre Marta. Più Junior cerca di curare il suo aspetto per conquistare l’amore della madre, più lei lo rigetta, fino a che il ragazzo, alle strette, non si trova a dover prendere una decisione difficile. Cineuropa ha incontrato la regista venezuelana Mariana Rondóndurante l’Amazonas Film Festival di Manaus in Brasile.

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Cineuropa: Può spiegare il significato di "pelo malo" ? Perché sono un problema?
Mariana Rondón: In Venezuela, "pelo malo" (letteralmente, cattivi capelli) sono i capelli dei neri. Il punto è che in Venezuela siamo estremamente misti, quindi è molto comune avere questo tipo di capelli. E’ nata come espressione razzista, ma dato che c’è questa enorme mescolanza di razze, anche se comunque non positiva, è diventata meno razzista. E’ una caratteristica della nostra società: ognuno di noi ha qualcosa che viene dal meticcio.

I tentativi di Junior di sviluppare una personalità e un’identità vengono ripetutamente ostacolati da sua madre.
Si, credo sia un rapporto difficile, ma la cosa più importante è che è un rapporto tra persone vere, non tra buoni e cattivi. C’è questa madre che fa fatica a tirare avanti e cerca di insegnare a suo figlio a convivere con le sue stesse necessità e mancanze. Non riesce a insegnargli niente di meglio perché questo è tutto quello che conosce. In un certo senso penso sia questo a rendere difficile il loro rapporto. Non è che non voglia o non provi, è solo che non ha i mezzi per aiutarlo. Questa è la cosa più importante.

E per quanto riguarda la mancanza di comunicazione?
Penso che se anche si riuscisse a comunicare meglio non cambierebbe niente perché non sai come essere migliore, come volere di più. Sono sempre dalla parte di questo personaggio perché attraversa una situazione estrema.

La nonna di Junior è di grande aiuto, ma presto il bambino capisce che questo atteggiamento nasconde una forte dose di egoismo…
Penso che tutti noi prendiamo ciò che vogliamo. E la nonna di Junior lotta per conquistare i suoi spazi e appagare le sue necessità.

Come ha deciso di fare un film su questo tema?
M’interessava affrontare argomenti come l’intolleranza, la mancanza di rispetto per i bisogni altrui e per come gli altri vogliono che la propria vita sia. Pensavo di poterla affrontare sotto diversi punti di vista con questo film. Per me è soprattutto un film sull’apparenza: su come ci si vede e come le persone ti vedono. Ciò che m’interessava era creare uno spazio aperto tra questi sguardi e lo spettatore. Non chiedo allo spettatore di credere a ciò che sta guardando, ma di trovare la propria visione, di affezionarsi a un personaggio piuttosto che a un altro. Penso che ognuno dovrebbe porsi questa domanda.

Parla di intolleranza, ma anche di omosessualità.
Si, ma per me l’intolleranza ha un senso molto più lato: è la paura della madre, non che il figlio sia omosessuale, ma che non sia eterosessuale. Per me è da ricondurre a una paura e un’intolleranza molto più grandi. Questa è la ciliegina sulla torta, ma essere intollerante nei confronti del proprio vicino è un problema molto più grosso per me.

L’intolleranza è universale. Voleva focalizzarsi su questo problema nel suo paese?
Il Venezuela è un paese molto polarizzato proprio a causa di questa incapacità di rispettare le opinioni e i desideri del proprio vicino. Rispettare non significa chiedere a tutti di condividere la tua opinione, ma di permettere alla tua opinione di coesistere con le altre senza eliminarle; non bisogna eliminare gli altri per sopravvivere. Bisogna semplicemente rispettare ed essere rispettati. Questo è tutto.

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