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"Mi piace quando nella realtà c'è un aspetto strano e mi piace estremizzarlo"

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Fulvio Risuleo • Regista

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- CANNES 2014: Cineuropa ha incontrato Fulvio Risuleo, regista del cortometraggio Lievito Madre, vincitore del terzo premio della Cinéfondation a Cannes

Fulvio Risuleo  • Regista

Il cortometraggio Lievito Madre, realizzato dal giovane regista romano Fulvio Risuleo, ha vinto il terzo premio della giuria della Cinéfondation a Cannes, ex-aequo con The Bigger Picture dell’inglese Daisy Jacobs. Lievito Madre, film di diploma di Risuleo al Centro Sperimentale della Cinematografia di Roma, racconta di una coppia di innamorati, Anna e Dino, la cui idilliaca quotidianità viene messa a repentaglio da una piccola palla di lievito madre, trovata all’interno di un vecchio pianoforte che Dino ha portato a casa per riparare. La palla di pasta, lasciata riposare in un vaso, cresce di giorno in giorno e si muove, al ritmo del canto di Anna o dei movimenti della coppia mentre si avvinghia nella stanza da letto. Dino è stregato da questa creatura di pasta e il bisogno di manipolarla diventa sempre più urgente. Anna, sempre più turbata, dovrà prendere dei provvedimenti… Cineuropa ha incontrato Fulvio Risuleo a Cannes. 

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Cineuropa: Alla consegna dei premi della Cinéfondation ha espresso l’augurio che in Italia si realizzino più film horror e di genere, e non solo commedie e film realisti. Può argomentare?
Fulvio Risuleo: In generale non ci sono tanti spettatori di cinema in Italia, tuttavia i film che non sono solo realisti e di commedia hanno un grande pubblico, ma sono film stranieri, perché in Italia questi film non si fanno, e se si fanno spesso sono brutti o fatti male, e la gente quindi non va a vederli. Quello che manca secondo me è la capacità di coinvolgere il pubblico, non facendo prodotti commerciali, bensì con film anche più autoriali, con opere più sperimentali, con linguaggi diversi. Anche a scuola ho sempre avuto delle difficoltà a proporre le mie idee quando queste presentavano elementi fantastici, sebbene non siano mai stati estremi. Mi veniva detto “no, perché noi in Italia non lo facciamo”, e invece nessuno si ricorda che l’Italia è anche Calvino, le leggende che ora Garrone sta portando al cinema, il lavoro di Bergonzoni nel teatro… C’è poca apertura mentale secondo me nella cultura cinematografica italiana.

Cosa l’ha spinta a raccontare questa storia? E quali sono state le sue influenze nella scrittura e nella realizzazione di Lievito Madre?
Mi piaceva l’idea di introdurre il cibo in una storia. Aldilà dell’aspetto culinario, o della questione della sopravvivenza, il cibo è un elemento della cultura italiana, e con il cibo si potrebbe raccontare tutta la storia dell’Italia. Mi piaceva l’idea di non partire da un personaggio o da una struttura, ma di partire dal cibo, e fare una storia costruita sui ritmi della fermentazione. L’idea è partita dalla realtà, vedendo mia sorella e il suo fidanzato fare il lievito madre, e tornare ogni giorno a casa per occuparsene, condizionando così tutta la loro agenda. Mi piace quando nella realtà c’è un aspetto strano e mi piace estremizzarlo. Da un punto di vista delle influenze estetiche, più che guardare al cinema mi ispiro alle opere artistiche, come il fumetto, l’illustrazione e la pittura. Su tutti Roland Topor. E poi la letteratura fantastica di Cortázar.

Come ha realizzato i movimenti del lievito?
Ho utilizzato la tecnica animatronica di vecchia maniera. Non c’è un robot dentro, perché non ce lo potevamo permettere, e il lievito è mosso abbastanza artigianalmente con otto fili di ferro a distanza. La persona che l’ha fatto si chiama Luigi D’Andrea, un giovane effettista che ora sta lavorando con Garrone, e che io stimo tantissimo. Questi otto fili entrano in una struttura di ferro ricoperta di vera pasta madre. L’uso di questo espediente ha reso il tutto più reale, se avessi utilizzo il 3D non avrei avuto lo stesso risultato, perché non siamo pronti ad utilizzarlo bene. In una delle ultime scene, in cui l’attore lavora la pasta che si muove come fosse un animale, l’effettista muoveva questo tentacolo di pasta madre e l’attore veramente non sapeva dove sarebbe andato. La scena è quindi molto credibile. Per le bolle invece l’effettista all’inizio ha soffiato con la bocca e poi ha usato un compressore. Abbiamo mantenuto un certo equilibrio, una cosa reale non poteva trasformarsi in un animale, altrimenti sarebbe diventato buffo. Già il pubblico ha riso tanto e più di quanto mi immaginassi, anche se più che risate comiche penso fossero risate al limite tra l’imbarazzo e il divertimento del non-sense.

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