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"Non bisogna per forza soffrire per creare un’opera d’arte"

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Jan Vardøen • Regista

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- Heart of Lightness, il primo lungometraggio del regista Jan Vardøen, è uscito nelle sale norvegesi il 30 maggio

Jan Vardøen  • Regista

Il norvegese Jan Vardøen non era predestinato a fare il regista. Affermato restauratore, scrittore, musicista, cantante, produttore, amante delle lingue, di padre britannico, madre norvegese… questa versatilità e la sua formazione come costruttore di barche hanno sviluppato in lui il senso dell’organizzazione, la pazienza, la sopportazione, il gusto delle relazioni umane, tutte qualità decisamente utili per fare un film. Heart of Lightness [+leggi anche:
trailer
intervista: Jan Vardøen
scheda film
]
, il suo primo lungometraggio, è uscito nelle sale norvegesi il 30 maggio.

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Cineuropa: E questo primo lungometraggio lo ha concepito l’anno scorso…
Jan Vardøen: Sì, a maggio 2013 mi è venuta voglia di fare un film nell’arcipelago delle Lofoten, al nord del circolo polare, con la luce speciale delle notti d’estate norvegesi. L’ispirazione mi è venuta da Terrence Malick, dalla luce che inonda i suoi film. Per la sceneggiatura, ho pensato subito a un’opera teatrale di Henrik Ibsen, La donna del mare, che si addiceva al mio scenario e di cui amavo il contenuto positivo.

Il suo film non ha questo titolo. Perché?
Heart of Lightness fa riferimento a Heart of Darkness (Cuore di tenebra) di Joseph Conrad. Il titolo norvegese Søvnløs i Lofoten è un ammiccamento alla commedia romantica di Ephron Insonnia d’amore. E poi il mio film non è teatro filmato: la sceneggiatura mischia la trama della pièce alla storia di alcuni attori sul set, il film si svolge su diversi livelli. Si seguono, in parallelo, i destini dei personaggi, un po’ come nel film di Karel Reisz La donna del tenente francese, un meta-film quindi. Abbiamo eliminato molto al montaggio: niente scrupoli, taglio senza esitazioni quando è per il bene del film.

Dove ha trovato gli attori?
A Londra: centinaia di attori erano pronti a passare un mese in Norvegia, tanto più che il nome ''Ibsen'' ha una grande potere di seduzione. Li ho lasciati sistemare i dialoghi, ammorbidire persino il testo originale di Ibsen. Le riprese sono durate cinque settimane, quattro in Norvegia e una a Londra, tutto in esterna e in cinémascope per rendere giustizia ai magnifici paesaggi, ma non in 3D, con Petter Holmern Halvorsen e Patrik Säfström alla fotografia. Non sono attore, ma recito nel mio film, faccio la mia parte, un po’ come Fellini in Otto e mezzo. Il regista che incarno è pigro, ignorante, velleitario.

Un grosso budget, immagino.
Per niente. Innanzitutto perché ricopro diversi ruoli: produttore, sceneggiatore, regista, distributore… e non mi pago. Poi perché sono abituato a lavorare con mezzi limitati, e ho voglia di mostrare che si può, divertendosi e se si crede al progetto, conciliare grandi ambizioni e piccolo budget per fare un film indipendente. Non bisogna per forza soffrire per creare un’opera d’arte.

Lei è un autodidatta in materia di cinema.
Esatto, avido di conoscenza, curioso di tutto. Devo dire che qualche collega è stato molto generoso con me e mi ha dato consigli preziosi. Allo stesso modo non esito ad aiutare, quando posso, chi me lo chiede. Credo alla condivisione delle conoscenze, nella fiducia. Avere un buon entourage è importante.

Ha già altri progetti?
Sì, due film in preparazione. Questo stadio della creazione, che comporta la scrittura, l’invenzione, è particolarmente eccitante. Trovo che l’immagine di Oslo presentata nei film sia poco lusinghiera. Vorrei nel mio prossimo film mostrarne la bellezza in autunno, come Bertolucci rende omaggio a Parigi in Ultimo tango a Parigi. La mia ambizione è di fare film molto diversi con squadre entusiaste, un film all’anno, come Woody Allen.

(Tradotto dal francese)

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