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"Il cinema del Medio Oriente dovrebbe diventare un cinema della coscienza, come quello europeo"

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Eran Riklis • Regista

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- Il cineasta israeliano presenta a Locarno Dancing Arabs, uno sguardo in chiave di commedia drammatica sul conflitto israelo-palestinese negli anni ’90

Eran Riklis  • Regista

Vivere in Medio Oriente è una questione di identità, dice il cineasta israeliano Eran Riklis. Per questo si sente in obbligo di trattare nella maggior parte dei suoi film i conflitti che lì avvengono. In Dancing Arabs [+leggi anche:
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intervista: Eran Riklis
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racconta il difficile adattamento di un brillante ragazzo palestino-israeliano che studia in un istituto di Gerusalemme agli inizi degli anni ’90. Il regista ha presentato il film davanti a migliaia di persone in una proiezione en plein air nella mitica Piazza Grande del Festival di Locarno, dopo che l’attuale conflitto nella Striscia di Gaza ha impedito che la pellicola inaugurasse lo scorso Festival del Cinema di Gerusalemme a inizio luglio, come era previsto. 

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Cineuropa: Per spiegare la pellicola al pubblico di lingua italiana di Locarno ha detto che per molti aspetti Dancing Arabs è una storia molto italiana.
Eran Riklis: Sì, ma nel senso di Mediterraneo. La Spagna, il sud della Francia, l’Italia e il Medio Oriente vivono in modo simile. Nonostante tutto continuano ad essere ottimisti. Volevo che la prima parte di questa storia fosse più leggera e ironica, che il pubblico si rilassasse. Poi volevo passare dal riso al sorriso, e da lì, a temi più seri, anche tragici.

Nonostante le chiare intenzioni del film, nella fase di gestazione del progetto ha preso alcune decisioni basandosi sull’istinto.
Lo è stato sia adattare il romanzo che scegliere il protagonista. Leggendo il testo autobiografico di Sayed Kashua ho pensato che mi avrebbe aiutato a raccontare le cose che volevo raccontare, così come inserire un elemento di commedia nel film, cosa che ultimamente non avevo fatto nei miei film. Quando Tawfeek Barhom si è presentato al casting per la parte di protagonista, mi ha detto che mi conosceva da quando era bambino, cosa che non sapevo. Avevo girato anni prima un film nella sua città natale, un piccolo paese arabo, e lui aveva visitato il set. Fu lì che decise di voler fare l’attore. Inoltre, la sua biografia ha alcuni punti in comune con quella di Sayed, e anche il suo aspetto fisico mi era d’aiuto. Per questa storia ci voleva qualcuno che fosse arabo ma che potesse sembrare anche ebreo.

Quando fu candidato ai Premi del Cinema Europeo per la miglior sceneggiatura con Lemon Tree disse che una delle grandezze di quell’industria era che faceva "cinema della coscienza".
Il cinema europeo si occupa di mostrare nelle sue storie questioni politiche che possono interessare al di fuori dei suoi confini. Adatto parte di questa tradizione al mio cinema, anche se utilizzo anche spunti narrativi propri dell’industria statunitense per avvicinare il racconto al maggior numero di persone, come accade in Dancing Arabs.

Il film, proprio per il suo tema, era pensato per inaugurare la recente edizione del Festival del Cinema di Gerusalemme, ma non è stato così.  
La guerra lo ha impedito. Doveva debuttare in una proiezione simile a quella della Piazza Grande di Locarno, ma lo scoppio della guerra ha fatto sì che non si potessero celebrare eventi con tanta gente e abbiamo deciso di aspettare qualche giorno, pensando che le ostilità sarebbero cessate in pochi giorni. Purtoppo non è stato così, allora abbiamo preferito realizzare una proiezione normale prima della chiusura della manifestazione. Devo dire che Locarno, davanti a migliaia di persone all’aria aperta, è un sostituto perfetto. 

Crede che il cinema possa portare qualcosa di positivo ai conflitti in Medio Oriente?
Credo che, al di fuori del conflitto tra arabi e israeliani, al mondo importi molto poco di quello che succede nel resto del Medio Oriente. Per questo credo che, come il cinema europeo, questa industria cinematografica debba diventare un cinema della coscienza. Non si tratta di dettare ciò che lo spettatore deve pensare, ma come cineasti diciamo a chi sta davanti allo schermo: "Questo è ciò che so. Qui te lo mostro. Ora prendi le tue decisioni".

(Tradotto dallo spagnolo)

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