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Paris La Blanche (2016)
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"I miei film sono un interrogativo esistenziale che cerco di condividere”

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Fernand Melgar • Regista

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- Cineuropa ha incontrato Fernard Melgar, regista di The Shelter, che è tornato a Locarno per illuminare di nuovo, tramite la sua cinepresa, le persone nell’ombra

Fernand Melgar  • Regista

Fernand Melgar torna al Locarno Film Festival dopo tre anni di assenza. Un ritorno atteso a lungo, che non ha deluso coloro che speravano che i suoi film non avessero perso neanche un po’ della loro forza e del loro candore. The Shelter [+leggi anche:
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, in gara per il Pardo d’Oro, riguarda, ancora una volta (dopo La fortezza e Special Flight [+leggi anche:
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), immigrati, emarginati: persone che, come fantasmi, vagano per le nostre città. Fernand Melgar dà voce a tutti quelli che vorrebbero urlare ma che non possono farlo, e lo fa con quella consapevolezza e quell’empatia che rendono unici i suoi film.

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Cineuropa: Come mai ha scelto il cinema come mezzo per esprimersi?
Fernard Melgar: Non mi sono mai chiesto perché faccio film. Una persona una volta mi ha detto: è strano, i tuoi film mi fanno pensare all’arte popolare. In effetti aveva ragione. L’arte popolare è creata da persone che non hanno una formazione accademica, che non hanno mai studiato pittura; persone che creano quasi istintivamente. E i miei film sono proprio così: istintivi. Non ho mai studiato cinematografia e inizialmente mi sentivo davvero come un impostore. Non mi sono mai fatto domande estetiche perché per me è tutto ovvio in qualche modo, ovvio e urgente. La differenza in questo film rispetto ai precedenti è che si può percepire il mio punto di vista, il mio modo di guardare le persone. I miei film sono un interrogativo esistenziale che cerco di condividere. Il fulcro non è mai egocentrico.

In The Shelter i personaggi sono molto naturali. La presenza della macchina da presa ha mai causato problemi?
Non ho un grosso budget per i miei film, ma ho qualcosa che vale oro, ho tempo e pazienza. Di solito, prima di girare un film, cerco di avvicinarmi un po’ alla volta e gentilmente alle persone che ne faranno parte. Sono stati necessari sei mesi di ricerca, incontri e discussioni per questo film. Il tutto per poter capire davvero approfonditamente la situazione e soprattutto per condividere l’esperienza umana. Poi, una volta instaurata la fiducia, possono iniziare le riprese. Nei miei film cerco di rallentare il flusso di immagini che ci bombardano quotidianamente, provo a creare uno spazio per la riflessione. Queste immagini sono pensate per creare informazioni che essenzialmente ci fanno dimenticare, fanno parte del processo di cancellazione dei nostri ricordi. Per me il cinema non riguarda altro che il ricordo.

Dal momento in cui riesco a instaurare un rapporto di fiducia, so se una persona sta recitando o meno, conosco le sue reazioni, le sue abitudini, so quando è necessario fare un passo indietro o andare avanti, so come trovare la giusta distanza.

Com’è andata la fase del montaggio?
Sono stato fortunato a lavorare con una persona incredibile: Karine Sudan, un fantastico tecnico del montaggio di documentari (The Blocher Experiment [+leggi anche:
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). Per questo film avevo girato circa 180 ore, ci abbiamo lavorato ogni giorno per otto mesi. La cosa difficile era che in molti punti del filmato non capivo cosa dicessero le persone, quindi abbiamo dovuto tradurre, ed è stato un lavoro enorme. In quel modo ci siamo accorti di un sacco di cose, è stato come girarlo una seconda volta. Mentre filmavo provavo ad ascoltare con il cuore e non con il cervello, a lasciarmi andare.

Dove si collocherebbe nel panorama del cinema svizzero, e in particolare in quello dei film documentario?
Mi sento davvero parte della famiglia del cinema svizzero. Questo Paese ha un’incredibile caratteristica identificativa, unica al mondo: ogni film è diverso da qualsiasi altro. Ha una ricchezza cinematografica incredibile (in particolare per i film documentario) per essere un Paese così piccolo. Non c’è una scuola o un modo univoco di girare. Il cinema svizzero incarna l’essenza del suo Paese: un’abbondanza di ricchezza, di punti di vista e di culture. Il motivo per cui mi sento così legato a questa nazione è unico nel suo genere: c’è un articolo nella costituzione svizzera (articolo 71) dedicato al cinema, e afferma che la Svizzera deve promuovere, difendere e preservare il cinema. Il cinema è parte della vera essenza di questo Paese.

(Tradotto dal francese)

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