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“Mi interessa l’invisibile, quello che accade negli esseri umani"

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Andrea Staka • Regista

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- Cineuropa ha incontrato la filmmaker svizzera Andrea Staka, che con Cure: The Life of Another ci fa scoprire un misterioso universo femminile post-bellico pieno di sentimenti ambigui

Andrea Staka  • Regista

Cineuropa ha incontrato la filmmaker svizzera Andrea Staka, che col suo nuovo film Cure: The Life of Another [+leggi anche:
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ci fa scoprire un misterioso universo femminile post-bellico pieno di sentimenti ambigui. Staka ha presentato il suo lavoro in prima mondiale al Festival di Locarno (Concorso Internazionale). Cure è stato selezionato in concorso anche al Sarajevo Film Festival. Nel film, racconta uno strano mondo pieno di ricordi personali.

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Cineuropa: Parliamo di Cure: The Life of Another. Perché ha scelto di esplorare il subconscio, il lato oscuro delle emozioni
Andrea Staka: In ogni film cerco di esplorare nuovi territori, e dopo Fräulein [+leggi anche:
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, la nuova idea è cresciuta nella mia testa, o nella mia ‘pancia’. Per me, fare film è indagare sulla vita ma anche andare avanti. L’idea di Cure è nata da un incidente del quale avevo sentito parlare, accaduto a Dubrovnik negli anni ‘90. Ho deciso di mantenere l’aneddoto e metterlo in un universo mio, la mia Dubrovnik “di finzione”. Cure parla di amicizia femminile, famiglie femminili e guerra, ma anche di Dubrovnik come luogo malinconico e misterioso. Mi sono chiesta che tipo di struttura narrativa e di atmosfera servissero per questa storia, e ho deciso che l’approccio subcosciente fosse più importante di quello cosciente. In Cure The Life of Another mi interessavano soprattutto gli aspetti più cupi e crudi dell’identità.

Perché ha scelto il cinema per esprimere se stessa?
Il cinema è una forma d’arte complessa e bella perché puoi combinare molte cose: immagini, musica, direzione degli attori, suoni... La “magia” del cinema mi ha sempre affascinato. Amo andare al cinema e ancora oggi mi emoziono quando si spengono le luci. Ho iniziato con la fotografia, fare foto era un modo per capire il mondo più in profondità, in maniera più bella. Da adolescente hai bisogno di esprimerti - ho iniziato con la fotografia e mi sono poi spostata al cinema. Il cinema è un processo nel quale si lavora con la gente, ci sono sfide, si raggiunge il pubblico con una storia e la si condivide con gli altri in sala.

Per lei, il cinema è una sorta di psicanalisi, un mezzo per liberarsi?
Forse è un modo per chiarire le cose. Ma a me interessa l’invisibile, quello che accade negli esseri umani: la loro immaginazione, i sogni, gli ‘zaini’ emotivi.

Come ha scelto la musica? Che atmosfera voleva dare al suo film?
La musica è stata composta dalla newyorkese Milica Paranosic, una delle protagoniste di Yugodivas. Volevo lavorare ancora con lei, e l’idea era di lavorare su della musica grezza per sottolineare le sensazioni dei primi anni ’90. All’epoca ero adolescente, e d’estate, a Dubrovnik, ascoltavamo i Cure e i Clash. In Cure, volevo avere un mix di adolescenza, sentimenti aggressivi, ma anche disagio e gentilezza, qua e là. Alcune parti del sound design sono simili alla musica e ti fanno fluttuare, altre sottolineano la città e il sud - come il cinguettio che si sente nel film. 

Cosa la interessa di più degli anni delladolescenza?
Tutti i miei film sono personali, ed è l’identità femminile che mi interessa, più che l’adolescenza. L’amicizia tra ragazze a questa età è bella e ossessiva insieme. Le ragazze diventano molto simili quando sono migliori amiche, si scambiano abiti, profumi, a volte i fidanzati. Volevo evidenziarlo nel film. Negli anni ’90 ero un’adolescente, e scoppiò la guerra - l’esperienza ha avuto un forte impatto su di me. Non sapevo che fare, sentivo di dover crescere da un giorno all’altro. Il mondo era cambiato da un giorno all’altro, e non era come lo immaginavo. La mia vita si divise all’improvviso in prima della guerra e dopo la guerra. Tornai a Dubrovnik subito dopo la guerra, era come essere in un limbo. nessuna parlava di quello che era successo. La vita sembrava nuovamente normale, la gente usciva la sera, ma le fiamme si accendevano nel cielo proprio accanto a noi, in Bosnia. Nel film, ho lavorato con i miei ricordi del tempo. Il film riguarda me e il modo in cui interpreto le figure che mi sono vicine.

(Tradotto dall'inglese)

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