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"Il montaggio è stato analitico, ma tutto ciò che abbiamo fatto prima è stato molto viscerale"

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Arami Ullón • Regista

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- Cineuropa ha discusso con la regista paraguayana, residente in Svizzera, Arami Ullón del suo ultimo lungometraggio El tiempo nublado

Arami Ullón  • Regista

El tiempo nublado [+leggi anche:
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, primo documentario di Arami Ullón (vincitrice del premio “Regard neuf” per l’opera prima e della menzione speciale del cinema svizzero durante il festival Visions du réel di Nyon), recentemente presentato nella nuova sezione del Festival de Locarno “Panorama suisse”, è un film allo stesso tempo personale e universale. Arami Ullón ci svela le sue paure più profonde con una particolare sincerità che speriamo divenga una caratteristica delle sue future pellicole.

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Cineuropa: Il tema di El tiempo nublado è nato dall’emergenza, per la situazione di salute di sua madre, o è un qualcosa che voleva trattare già da qualche tempo?
Arami Ullón:
 Credo siano state le due cose in un momento specifico. El tiempo nublado è nato in un primo momento come un qualcosa di scritto. Stavo già lavorando al tema con mia madre: scrivevo storie brevi, saggi, cose che avevano a che vedere con il nostro rapporto e allo stesso tempo la sua salute cominciava a peggiorare e la persona che se ne prendeva cura voleva andarsene. Credo che sia stato in questo momento che ha preso davvero forma l’idea del film, come una sorta di emergenza di risolvere la situazione ma anche come necessità di osservare e rivedere la mia storia.

È stato difficile trattare un tema così personale nel suo primo lungometraggio?
La maggior parte delle persone mi dice che è un film molto difficile per essere il primo ma io non la vedo così. Credo che il processo sia stato visto come una necessità molto forte, più che come un film. Il montaggio è stato analitico ma tutto ciò che abbiamo fatto prima, è stato molto viscerale.

Il fatto di apparire nel film non è “rischioso”? Com’è andata?
Prima di tutto vorrei chiarire che tutto quello che si vede nel film è stato filmato dal direttore della fotografia (Ramón Giger). Ho lavorato con lui molto tempo prima di iniziare le riprese. Avevo bisogno che capisse il mio modo di lavorare e quali erano le mie vere intenzioni. È stato anche necessario che mi mostrasse le sue capacità. Tutto questo per avere una sorta di linguaggio comune. La decisione di stare di fronte alla camera è stata sicuramente rischiosa ma anche onesta, una decisione che fa sì che mi assuma completamente la responsabilità del mio film. Dovevo assumermi questa responsabilità se volevo esplorare la mia storia. 

Crede che il tema trattato (la sua storia intima) possa passare da una dimensione personale a una universale, ovvero la situazione tra genitori e figli in generale?
Credo che siano entrambe le cose. Da un lato il film è una terapia ed io non ho mai voluto negarlo in nessun momento perché in realtà era l’intenzione iniziale. Prima di considerare El tiempo nublado come un film per il pubblico l’ho visto come un esercizio per me, per risolvere le mie questioni personali, intime. Ma da quando abbiamo cominciato a far vedere la pellicola, questa è divenuta automaticamente universale. A quanto pare il pubblico non vede me, ma la propria storia. La gente parla con me dopo le proiezioni e mi racconta la sua storia, quello che ha provato vedendo il film, e come l’ha messo in relazione con la propria vita. Quindi credo che davvero il film abbia la capacità di divenire universale.

El tiempo nublado è anche un film che ci parla della cultura latina, dei particolari modi di relazionarsi tra genitori e figli?
Quando si è materializzata l’idea e la possibilità di fare il film stavo già vivendo in Svizzera, e il fatto di vivere in questo paese rappresenta un elemento che apporta molto alla mia visione, mi spinge a pensare e a paragonare come mi sento io rispetto ai miei genitori e come si sentono le persone che qui mi circondano riguardo a questa stessa problematica. La relazione emozionale con il problema non è la stessa. Quindi credo di sì, El tiempo nublado parla di una realtà, non so se solo latinoamericana, ma anche relazionata con tutte le altre società dove la famiglia rappresenta ancora un elemento importante.

(Tradotto dallo spagnolo)

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