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“I media modellano i nostri pensieri ma pochi sanno come funzionano veramente”

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Christoph Hochhäusler • Regista

di 

- Christoph Hochhäusler ha presentato il suo nuovo film, il thriller investigativo The Lies of the Victors, al Festival di Roma. Un racconto inquietante di come le lobby manipolano i mass media

Christoph Hochhäusler  • Regista
(© Holger Albrich)

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, suo quarto lungometraggio presentato al 9° Festival Internazionale del Film di Roma (16-25 ottobre 2014), nel concorso Cinema d’Oggi. Fabian (Florian David Fitz) è un giornalista d’inchiesta che indaga su uno scandalo di rifiuti tossici, affiancato dalla giovane reporter Nadja (Lilith Stangenberg). Proprio quando gli sembra di essere sulla strada giusta, riceve da un finto informatore (in realtà un’agenzia di comunicazione incaricata di insabbiare lo scandalo) le prove di un’altra versione dei fatti. Tutto torna, o così pare: la storia finirà in copertina, ma non sarà quella vera.

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Cineuropa: Come è arrivato a questa storia?
Christoph Hochhäusler: Volevo raccontare un giornalista a Berlino oggi, un uomo che crede di avere il controllo e non ce l’ha. Più in generale, il film nasce da un mio interesse nel ritrarre questioni attuali che solitamente non vengono mostrate nel cinema tedesco: strutture, istituzioni, come funzionano le cose. Il mio film precedente era ambientato nel mondo dell’alta finanza. Volevo focalizzarmi su qualcosa che plasma le nostre vite ma che non conosciamo. I media modellano i nostri pensieri ma poche persone sanno veramente il giornalismo com’è fatto e che tipo di potere ha. Il tutto con uno sguardo particolare, non volevo fare un documentario.

Nell’ideare la sceneggiatura, si è ispirato a fatti realmente accaduti?
Ho fatto molte ricerche, ogni particolare si riferisce a qualcosa di vero che ho poi rielaborato. Ho parlato con lobbysti che mi hanno raccontato alcuni aneddoti, casi in cui si sono trovati a interferire con la stampa perché rappresentava per loro una minaccia. In particolare, durante lo sviluppo del progetto, con il co-sceneggiatore Ulrich Peltzer ci siamo ispirati a una serie di casi reali come lo scandalo dell’avvelenamento Envio, la battaglia delle lobby per la regolazione delle sostanze pericolose (REACH) e l’affare News of the World in Gran Bretagna. 

Dell’intreccio, non tutto viene spiegato in modo chiaro. E’ una sfida per il pubblico?
Ci sono alcune scene che avevamo girato ma che poi non ho utilizzato perché ho ritenuto non fosse necessario sapere tutto. Ci ho messo un po’ a trovare il livello giusto tra complessità e oscurità. Nella realtà non esistono risposte definitive, non sappiamo tutto di ciò che accade. Durante le mie ricerche, ho passato una settimana al Der Spiegel e i giornalisti mi hanno spiegato proprio questo: puoi arrivare a conoscere l’80% di una situazione, dopodiché devi fare un salto e decidere che la storia è quella… a volte puoi anche cadere.

Nel film compare anche Humphrey Bogart e la sua celebre battuta: “E’ la stampa, bellezza!”…
Non voleva essere un riferimento cinefilo. L’ultima minaccia è un film molto moderno, descrive problematiche del giornalismo di grande attualità. A Hollywood, i film sul giornalismo sono un genere, ma quello di Richard Brooks è pessimista, perché Bogart è l’ultimo possibile eroe del giornalismo. Citare quel film mi sembrava ironico.

Perché ha dato al protagonista il vizio del gioco?
Perché se vuoi manipolare qualcuno hai bisogno di una sua debolezza, che sia una donna, il gioco o hobby costosi. E’ tutto una scommessa, ci sono grandi e piccoli scommettitori, come lui. 

Florian David Fitz e Lilith Stangenberg: come ha scelto gli interpreti di questa coppia di reporter d’assalto?
Non volevo che avessero una chimica perfetta, che fosse amore a prima vista. Sono attori molto diversi fra loro. In Germania si fa una grande distinzione tra attori di teatro e attori di cinema. Florian è un puro attore di film, è stato protagonista varie volte in tv. Lilith, invece, viene dal teatro. Questo contrasto mi sembrava interessante per ritrarre un sofisticato professionista e una novizia di mente molto aperta.

Dal punto di vista stilistico, vediamo movimenti di macchina continui, fluidi e ripetitivi. Perché questa scelta?
Volevo seguire una grammatica del movimento della cinepresa quasi meccanica. Oggi siamo sommersi da immagini tecniche, ci sono sensori ovunque. Non ci resta che interpretare questo tipo di linguaggio. Così in alcuni casi ho voluto riprodurre il movimento dello scanner, apparentemente disinteressato, senza prospettiva umana. Le chiamo “tracce di scansione”.

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