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"Una cosa positiva dell’industria danese è che i registi si proteggono a vicenda”

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Kristian Levring • Regista

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- Dopo averlo proiettato a Cannes, il regista danese Kristian Levring ha presentato The Salvation al London Film Festival, dove parliamo con lui

Kristian Levring  • Regista

Nonostante i protagonista del film siano due fratelli danesi e sia stato girato in Sudafrica per necessità di produzione, The Salvation [+leggi anche:
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intervista: Kristian Levring
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di Kristian Levring ha ricevuto moltissimi elogi per essere un film molto fedele a un genere americano come il western e allo stesso tempo ricco di novità. Il mercato statunitense e canadese sono stati fra i primi ad assicurare la distribuzione di questa co-produzione tra Danimarca, Regno Unito e Sudafrica. Dedito alla sua famiglia e alla pubblicità, il regista non ha alle spalle una lunghissima carriera cinematografica. Annuncia però che qualcosa sta per cambiare. Dopo aver proiettato il film al Festival di Cannes, questa storia di vendetta portata a termine da Mads Mikkelsen è stata presentata al London Film Festival, dove parliamo con Levring.

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Cineuropa: Il suo western con un’impronta danese ha convinto perfino lo spettatore più esigente.
Kristian Levring: È che in fin dei conti è un tipo di cinema che racconta storie universali. Inoltre, essendo europeo, ho fatto ricerche per molto tempo, per assicurarmi che tutto fosse corretto. Ho visto tanti film da abbracciare tutte le versioni del genere. Ho iniziato con le pellicole del mio preferito, John Ford: (Sfida Infernale, L’uomo che uccise Liberty Valance). Dopo sono passato all’inevitabile Sergio Leone. Infatti, non ho potuto filmare ad Almería per motivi di budget. Il suo film C’era una volta il West è un’opera maestra. E anche Il buono, il brutto e il cattivo è stato fonte d’ispirazione, così come I sette samurai (Akira Kurosawa).

Perché secondo lei le produzioni danesi stanno suscitando tanto interesse internazionale negli ultimi anni?
Se dovessi sottolineare una cosa positiva della nostra industria è che ci proteggiamo a vicenda, e lo facciamo molto bene. Leggiamo le sceneggiature di altri registi, guardiamo i film degli altri quando sono ancora in sala di montaggio.  Ci diamo una mano da buoni colleghi. Non credo sia una cosa molto comune. 

Questo ricorda un po’ quando, quasi venti anni fa, alcuni registi danesi, tra cui lei, si sono uniti al manifesto Dogma 95 lanciato da Lars von Trier e Thomas Vinterberg. Che cosa ricorda di quella iniziativa collettiva col passare del tempo?
Il movimento Dogma è stato un grande evento per la mia vita e credo che, se devo essere onesto e senza essere pretenzioso, lo è stato anche per l’industria cinematografica danese. Inoltre è stato un processo di apprendimento ineguagliabile. La professione di regista è, per alcuni aspetti, solitaria e le responsabilità sono solo tue. Con questo manifesto per la prima volta stavamo condividendo alcune cose. Non è stato solo un evento intellettuale ma anche molto emozionante.

Un progetto molto atteso è il film horror Detroit che Von Trier sta scrivendo da un’idea che lei gli aveva presentato e che voleva successivamente dirigere. A che punto è il progetto?
Ho commesso l’errore di parlare troppo presto del progetto e ha suscitato un interesse inaspettato. Ad oggi posso solo dire che il film è ancora in una fase iniziale di produzione. Lars ancora non ha scritto la sceneggiatura ed io elaborerò altri progetti prima di girare il film. Ma comunque posso dire che sì, il progetto sarà portato a termine.

(Tradotto dallo spagnolo)

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