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“Non vogliamo vivere ai margini del cinema”

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Sergi Pérez • Regista

di 

- El camino más largo para volver a casa, l’unico titolo spagnolo nella sezione ufficiale di Siviglia, è l’opera prima di Sergi Pérez: abbiamo parlato con lui

Sergi Pérez  • Regista
© Niu d'Indi/Gemma Ferraté

El camí més llarg per tornar a casa [+leggi anche:
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, opera prima di Sergi Pérez, finora premiato per il suo corto Vestido nuevo, professore di cinema e pubblicitario/regista di videoclip, è l’unico titolo spagnolo a competere nella Sezione Ufficiale dell’11° Festival Europeo di Siviglia. Qui ci svela i segreti di questo film rischioso, indipendente e duro.

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Cineuropa: Nel film El camino... non si spiega cosa sia stato a provocare la situazione critica del protagonista, un qualcosa che il pubblico potrebbe chiedersi.

Sergi Pérez: Ho preferito focalizzare l’energia sull’emozione e sul dolore. Visto che avevamo pochi soldi, spiegare se la causa fosse stata un incidente stradale, era perdere tempo; per questo mi sono concentrato sul protagonista, era meglio mostrare come vede il mondo invece di spiegare le cose. Tra l’altro, mi piace pensare oltre a quello che la pellicola fa vedere.

Il suo film ricorda Flowers [+leggi anche:
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 che torna sul tema del dolore, simile anche al film britannico Lilting [+leggi anche:
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 che vediamo qui al festival di Siviglia.
Non lo sapevo. Nel mio caso, avevo proprio bisogno di trattare il tema. È un film un po’ rabbioso perché per circa due anni ho cercato i finanziamenti e poi, all’improvviso, è arrivata la crisi. Volevo finire il film una volta per tutte, per questo risulta anche un po’ violento. Forse dovrei andare da un terapeuta per farmelo spiegare, perché, in effetti, è una pellicola molto aggressiva; ma era l’unico modo per abbordare il tema, non vedo altro modo di farlo.

Come tenere le redini di un qualcosa di così drammatico e, allo stesso tempo con un protagonista che non sempre suscita simpatia?

Quando ho visto in Tres colores: Rojo di Kieslowski, la scena finale con il cane, di appena due minuti, ho voluto che tutta quella tensione drammatica che avevo sentito ci fosse anche in tutta la prima parte del secondo atto del mio film. Certo, c’è da dire che è un’emozione dura e orribile e può fare allontanare lo spettatore dal personaggio, ma a me il cinema che osa con queste tipo di formule mi appassiona. Prendiamo per esempio La pianista di Haneke, quando la protagonista si sta tagliando il clitoride e lo spettatore rimane fuori perché è una scena molto forte, ma allo stesso tempo necessaria, perché è un personaggio sadomaso. Abbiamo parlato a un certo punto di redimere il personaggio del mio film, e alla fine lo fa in un certo senso: quando parla con il cane.

Che cos’è il collettivo NIU d’INDI che firma il film?

È nato come una cooperativa e come gruppo di interlocutori partecipanti al progetto. Siamo un gruppo che si sta costituendo come società produttrice, non è una comunità: ci stiamo professionalizzando. Per fare il film, prima abbiamo usato i miei risparmi, poi abbiamo fatto crowdfunding e infine ancora risparmi, diciamo che sono al limite dell’indigenza. In un primo momento non abbiamo bussato alle porte ufficiali, ma in seguito sì e ne stiamo risentendo. Non vogliamo vivere ai margini, questa pellicola non deve essere vista come un film d’autore, ma come una sfida, un’esperienza, poiché possiede un’energia diversa. Infine abbiamo ricevuto aiuti dall’ESCAC, non voglio passare come la vittima ma è triste che un film catalano entri a far parte della sezione ufficiale di Siviglia senza un appoggio istituzionale, anche se capisco che per TV3 è una pazzia mantenere lo share. Speriamo che col tempo entri in Canal 33. Ma fa niente, ormai è pagato (è costato 45.000 euro) e ora stiamo cercando una società di distribuzione. 

(Tradotto dallo spagnolo)

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