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"Volevo creare le regole del gioco"

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Aik Karapetian • Regista

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- Al 18° Festival Black Nights di Tallin, Cineuropa ha parlato con Aik Karapetian della sua carriera, l'industria lettone e la sua opinione sul cinema horror

Aik Karapetian  • Regista
© Emilia Haukka

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al 18° Festival Black Nights di Tallin, Aik Karapetian parla a Cineuropa della sua carriera, del cinema lettone e della sua opinione sul genere horror 

Cineuropa: Il film è stato accolto come un film lettone, sebbene lei sia nato in Armenia. Si ritiene lettone, armeno o entrambi?
Aik Karapetian: Mi sento armeno. Naturalmente, lavorando in Lettonia, mi reputo un regista lettone. A dire il vero, sono nato in Armenia, ma i miei genitori vivevano in Lettonia prima della mia nascita, quindi non ho una forte connessione con l'Armenia. Penso che un buon regista debba essere come un artigiano e che ci si debba concentrare sui suoi film. Invece, al giorno d'oggi, in particolare in Europa, tutti i registi vogliono diventare il numero uno ed essere più importanti del loro film. Penso che ciò rappresenti un serio problema: i registi moderni cercano di promuovere più se stessi che le loro opere. Al contrario, io sto tentando di "uccidere" la mia identità e di lavorare a mente libera. 

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Come vede il futuro del cinema lettone?
Negli ultimi anni, il cinema lettone sta andando molto bene. Penso che la nuova generazione di cineasti stia facendo film molto personali, affrontando tematiche relative alla società, ai giovani e ai loro sforzi per trovare un posto nel mondo. Credo che il cinema lettone stia attraversando il periodo più interessante degli ultimi 20 anni. Spero che non ci fossilizzeremo, ma che andremo avanti e ci dedicheremo a progetti sempre più interessanti e ambiziosi.

Si sente influenzato dalla tradizione cinematografica lettone?
Difficile dirlo. Sono un grande fan di tanti generi cinematografici molto diversi tra loro. In generale, mi sento particolarmente influenzato dal cinema americano e francese, che sono forse i più importanti dal punto di vista storico. E poi ci sono il Regno Unito, l'Italia e la Russia. Secondo me, il vero cinema lettone sta emergendo solo adesso. In passato, durante il periodo sovietico, i film che venivano prodotti erano molto diversi. Solo ora stiamo facendo dei film veramente “lettoni”.

Ci sono registi francesi o americani a cui vorrebbe assomigliare?
No. Ci sono molti registi che ammiro e di cui vorrei eguagliare il talento, ma preferisco non identificarmi con nessuno e concentrarmi solo sui miei film. Ciò che mi spinge ad andare avanti è la speranza che il mio prossimo film vada bene. 

Come descriverebbe il genere del film The Man in the Orange Jacket?
Interpretando i sottogeneri, volevo creare le regole del gioco. Dal momento che ogni genere ha le sue regole da seguire, ho visto tanti film horror e ho iniziato a capire cosa mi piacesse e cosa no. Naturalmente, ci sono anche alcuni cliché, ma senza di essi è quasi impossibile definire un genere.

Ho tentato di dare una mia interpretazione dei sottogeneri, come gli slasher o gli psicothriller. Sono stato ispirato da alcuni film, come ad esempio Repulsione di Roman Polanski, Shining di Kubrick e, in generale, quei film che non si basano principalmente sulla narrazione, ma si concentrano sull'evoluzione di un personaggio. Questo era il punto principale del mio film. Volevo che iniziasse nel momento in cui di solito gli horror finiscono. Credo sia per questo che dopo 15 minuti il pubblico sia rimasto molto sorpreso: "Ah, quindi il film sarà su quel tizio, non sulle sue vittime”.

(Tradotto dall'inglese)

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