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"Giro una storia d'amore in una Bosnia post-apocalittica"

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Aida Begić • Regista

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- A colloquio con la regista bosniaca Aida Begić, ospite del Bergamo Film Meeting

Aida Begić  • Regista

Aida Begić, ospite del Bergamo Film Meeting, parla di una Sarajevo in stand-by che ancora attende il suo futuro, ma allo stesso tempo progetta ottimisticamente un film che è una love story bosniaca. Il suo primo lungometraggio, Snow [+leggi anche:
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(2008), si è aggiudicato il Grand Prix alla Semaine de la Critique a Cannes nel 2008 ed è stato nominato per gli European Academy Award come scoperta europea. Nel 2012, con Buon anno Sarajevo [+leggi anche:
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intervista: Aida Begić
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, ottiene la menzione speciale della giuria nella sezione Un certain Regard ancora a Cannes. Nel 2014 partecipa al film collettivo I ponti di Sarajevo [+leggi anche:
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, il progetto artistico di Jean-Michel Frodon firmato da tredici cineasti europei, presentato Fuori Concorso a Cannes.

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Cineuropa: Il cinema bosniaco è stato egregiamente rappresentato negli ultimi anni da Jasmila Žbanić e Danis Tanović. Com'è oggi la situazione?
Aida Begić: E' piuttosto orribile fare i registi oggi in Bosnia. C'è solo una risorsa, intorno a 1 ml di euro da dividere per piccole produzioni e opere prime, è tutto demandato all'entusiasmo dei registi. Abbiamo tante storie da raccontare ma ci vogliono 5 anni per mettere assieme un progetto. E' faticoso, la nostra generazione è riuscita a fare dei film ma sempre meno giovani si affacciano a questo mestiere. Sto provando a essere ottimista ma sono stanca.

In Buon anno Sarajevo c'era l'idea di ricostruire qualcosa tutti assieme...
Sento Sarajevo come se si fosse mesa in pausa, è tutto fermo, una città che aspetta qualcosa, il suo futuro probabilmente. La gente si sente come in prigione. In 20 anni non si è usciti dal limbo, sono tutti imprigionati nel passato.

Nei tuoi film le donne sembrano portano sule spalle i destini di un'intera popolazione. Tu senti di assomigliare a queste protagoniste?
Fino a qualche tempo fa si erano affermati stereotipi maschili, il regista molto duro che urla sul set. Ora c'è una realtà multidimensionale, molte donne lavorano nel cinema in vari ruoli, siamo riuscite a cambiare il carattere del cinema, dando importanza al ruolo femminile. In realtà in Bosnia c'era questa situazione culturale paradossale, una società patriarcale in cui le donne comandano in casa. Oggi le donne lavorano e si occupano dei figli, hanno dovuto fare un salto e immergersi in questa nuova idea di società. 

Qual è il tuo prossimo progetto?
Il mio prossimo film si intitolerà A Ballad, è ambientato in una Bosnia Erzegovina post-apocalittica. Sarà una storia d’amore, dove mito e realtà si intrecciano. Sarà coprodotto da Les Films de l'Après-midi.

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