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“Un fantasy oggi in Italia: una scelta masochistica”

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Matteo Garrone • Regista

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- CANNES 2015: Matteo Garrone ha parlato con la stampa del suo nuovo film, Il racconto dei racconti, presentato in concorso a Cannes

Matteo Garrone  • Regista

Da solo davanti alla platea di giornalisti, e in piedi “per provare meno imbarazzo”, Matteo Garrone ha risposto alle domande della stampa sul suo nuovo film, Il racconto dei racconti [+leggi anche:
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Q&A: Matteo Garrone
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, in concorso al prossimo Festival di Cannes e presentato in anteprima a Roma.

Perché ha scelto di adattare Basile?
Matteo Garrone:
E’ un autore che ho subito sentito familiare, un genio assoluto. I suoi racconti mi hanno colpito per la bellezza dei personaggi, la ricchezza visiva, l’originalità delle storie. Avventurarsi in un fantasy oggi in Italia è una scelta masochistica, incosciente. Ma nel mio percorso artistico era abbastanza naturale: nei miei film precedenti dalla realtà arrivavo ad una dimensione fantastica, qui ho provato a fare il contrario. Venendo io dalla pittura, ho trovato che quella ricchezza di immagini si avvicinasse alle mie caratteristiche, così come quella mescolanza tra reale e fantastico, tra comico e tragico. Sono stato felice di esplorare un genere nuovo e di dare visibilità a un autore come Basile. Forse non tutti lo sanno, ma “Il racconto dei racconti” è il primo libro di fiabe scritto nel ‘600 e ha ispirato tanti grandi autori, come i Grimm, Andersen e Perrault.

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Ha sentito di rischiare molto con questo film?
I rischi sono stati molti. Non era facile per me montare finanziariamente un film fantasy dopo aver fatto opere apparentemente tanto diverse. Poi ci sono state le difficoltà tecniche, il lavoro sugli effetti speciali, le scenografie, i costumi… ogni reparto si è messo in gioco. Per me, abituato a controllare ogni cosa sul set, non sapere con precisione quale sarebbe stata l’immagine, perché spesso giravo con dei green intorno, era un po’ frustrante. E’ stata un’avventura. Uno dei rischi di questo progetto era cercare di imitare i fantasy anglosassoni, invece siamo stati attenti a mantenere una nostra personalità, autenticità e visione di racconto, con radici solide nella cultura italiana. Per noi era importante mantenere una componente artigianale, usare il digitale solo come integrazione: quelle creature dovevano essere concrete e reali sul set, il drago, la pulce gigante…

Come ha scelto il cast e le location?
Abbiamo cercato le location per otto mesi in giro per l’Italia, c’era l’imbarazzo della scelta. Una linea guida è stata cercare dei luoghi reali che sembrassero ricostruiti in studio. Allo stesso tempo, i luoghi ricostruiti sono quasi iperrealistici. Il film si muove continuamente tra realismo e dimensione fantastica. La scelta del cast parte dalla fisicità dell’attore, oltre che dalla bravura: Hayek mi sembrava giusta per una regina spagnola del ‘600, Cassel per il suo doppio registro comico e drammatico, mi ricordava Gassman. Bebe Cave è stata una sorpresa, è l’unica che ho visto per il ruolo di Viola, mi ha subito colpito. Attori e attrici hanno avuto la libertà, nonostante la sceneggiatura blindatissima, di costruire il personaggio sulle proprie caratteristiche. Come sempre nei miei film, personaggio e persona si sposano. 

Il racconto dei racconti parla di nascita, morte e sacrificio. Si può dire che sia anche un film sulle leggi del desiderio e la mutazione dei corpi?
Il desiderio è una guida importante per questi personaggi. Il corpo e le sue trasformazioni sono da sempre una mia ossessione. Era sorprendente la modernità di questi racconti: Basile nel ‘600 affrontava già i temi della chirurgia estetica, del lifting. Non è stato facile per noi scegliere quali racconti mettere in scena, alla fine abbiamo optato per tre storie al femminile che attraversano tre età diverse. 

Per questo lavoro di preparazione minuziosissimo su colori, costumi, scenografie, che cosa si è andato a riguardare prima di girare il film? Ha mai pensato di trarne una serie?
In realtà, la forzatura è stata non farne una serie. C’erano talmente tanti bei racconti, alcuni li avevamo già cominciati a sceneggiare. E’ stato doloroso dover scegliere. Lo sviluppo naturale è proprio una serie o un secondo film. Quanto all’ispirazione, nello studio ero circondato dai “Capricci” di Goya, da quell’elemento grottesco, ironico, un po’ macabro. Altre fonti: Il trono di spade, per il presente. Per il passato, Mario Bava, i corti di Pasolini, L’armata Brancaleone di Monicelli, il Pinocchio di Comencini…

Questo è un film quasi autoprodotto, ma con un budget significativo. Come si è svolto il montaggio finanziario? Ha cambiato il suo modo di lavorare?
In effetti è il primo film che produco di queste dimensioni, 12 milioni di euro di budget. RaiCinema ha creduto sin dall’inizio al progetto e mi ha dato un’importante base, insieme al Mibact, poi si è aggiunta l’Apulia Film Commission. Il film è partito dall’Italia, poi sono entrate Francia e Inghilterra. Non è stato facile, non trovavo una banca disposta a darmi il cash flow perché la mia è una casa di produzione piccola, per fortuna ho trovato una finanziaria in Francia. Ho lavorato in modo diverso, è stata una crescita. Ho dovuto rinunciare a girare in sequenza, non potevo farlo con attori così costosi. E niente macchina a mano.

Quest’anno è in concorso a Cannes con altri due grandi registi italiani. Quale sarebbe il miglior premio per lei?
Il premio migliore è se va bene in sala, è un film che nasce per il pubblico prima che per i festival. Il fatto che siamo in tre è un motivo di orgoglio. Se siamo in tre è perché siamo tre registi diversi, facciamo film che non si assomigliano affatto. Se verranno accolti bene, è un segnale importante per il cinema italiano a livello internazionale.

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