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"Coinvolgere lo spettatore con l'eleganza della messa in scena"

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Antoine Cuypers • Regista

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- Cineuropa incontra il giovane regista belga Antoine Cuypers, che presenta il suo primo lungometraggio, Préjudice

Antoine Cuypers  • Regista
(©Sarah De Coninck/FIFF)

Presentato al Festival Internazionale del Film Francofono (FIFF) di Namur, Préjudice [+leggi anche:
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intervista: Antoine Cuypers
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è il primo lungometraggio di Antoine Cuypers, giovane regista belga che si è fatto notare nel 2012 con il suo cortometraggio A New Old Story. Préjudice è un dramma familiare, una variazione sul tema delle cene di famiglia, che ci riporta alla nostra definizione di normalità. Di fronte a un fratello un po' matto emarginato dai membri della famiglia, costituita dalla madre autoritaria, dal padre fantomatico, dal fratello assente e dalla sorella frustrata, ci si chiede: non siamo sempre il folle per qualcun'altro? Tra formalismo accettato e crisi d'isteria familiare, Antoine Cuypers sfrutta i codici del genere e si diverte palesemente a giocare con gli strumenti del racconto cinematografico.

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Cineuropa: Da dove nasce l'idea del film?
Antoine Cuypers: Ho iniziato a scrivere insieme a Cédric Eeckhout, un attore con cui avevo già lavorato, con l'idea di realizzare un progetto con micro-budget. Avevo voglia di parlare di famiglia, ma anche di normalità e perché no, sotto forma di una tragedia greca. Sembrava andar bene con le restrizioni del micro-budget. Ci siamo anche nutriti di alcuni fatti di cronaca, il che ha preso più tempo del previsto e di colpo abbiamo abbandonato l'idea del micro-budget.

Passando dal micro-budget a un budget classico ci sono stati cambiamenti anche nella scrittura? Siamo rimasti nella stessa configurazione, ma abbiamo potuto approfondire di più, andare più a fondo nella corposità del racconto. La prima versione verteva maggiormente sulla rivincita del personaggio di Cédric, era un film meno corale. Il tempo di scrittura si è rivelato prezioso e ci ha permesso di aggiungere i punti di vista per i quali lo spettatore è portato a schierarsi. 

Se la follia di Cédric non è da mettere in questione, ci porta però a interrogarci sul fatto che ognuno è il folle per qualcun'altro. È un po' il senso della parola "prejudice" in inglese (pregiudizio).
Sì, è vero che il senso inglese lo arricchisce. Il titolo viene da un'espressione del diritto, un pregiudizio grave difficilmente rimediabile, un'espressone che mi ha colpito. Ovviamente pone anche la questione di chi è la vittima  e chi il carnefice. Ci sono reazioni diametralmente opposte tra gli spettatori, alcuni hanno una forte empatia verso la madre, altri la considerano come un mostro assoluto. Questo richiama il background delle persone, i loro valori, le loro convinzioni e la propria situazione familiare, che a volte è davvero illuminante. 

Al di là dei differenti membri della famiglia, anche la casa è un personaggio a sé, vero?
Era uno degli obiettivi. Già nella mia nota d’intenti la casa faceva parte del cast, se ne parlava come il nono personaggio. Volevo che si capisse che la casa influenza i personaggi, che non è solo un contenitore, ma fa parte del contenuto dei personaggi. Lo scenografo ha fatto un grande lavoro per dare questo aspetto organico allo spazio. Volevo dare l'impressione che se ne potesse sollevare il coperchio, come in una casa delle bambole. 

C'è un aspetto molto formale: la forma è importante tanto quanto i fatti, i gesti o le parole per caratterizzare lo spirito dei personaggi.
La mia scrittura è molto visiva. Ho lavorato con uno scrittore e ci siamo compensati. Non posso scrivere una scena se non la visualizzo completamente e spesso è già realizzata. Volevo soprattutto divertirmi, non stressarmi. Mi sono concesso delle pause. Cercavo un'eleganza nella messa in scena, volevo che coinvolgesse lo spettatore. Per quanto riguarda il suono, in post-produzione abbiamo voluto sperimentare e rischiare. 

(Tradotto dal francese)

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