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"La vita è più complessa di una sola morale in 90 minuti”

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Rúnar Rúnarsson • Regista

di 

- Al Festival del Cinema Europeo di Les Arcs, il talentuoso regista islandese Rúnar Rúnarsson svela il suo secondo lungometraggio, Passeri

Rúnar Rúnarsson  • Regista
(© Pix.com/Festival de Cinéma Européen des Arcs)

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, vincitore quest’anno a San Sebastian e presentato in competizione al 7mo Festival del Cinema Europeo di Les Arcs, un evento in cui il cineasta islandese è un habitué, dato che vi era stato selezionato al Village des Coproductions nel 2013 e al Work-in-Progress l’anno scorso.

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Cineuropa: Quali tematiche vuole affrontare in Passeri?
Rúnar Rúnarsson: Ci sono troppi film costruiti per raccontare una cosa sola e a volte pretendono anche di custodire la verità, come se fossero storie della Bibbia. Questo non mi piace e voglio che i miei film siano più ampi. Sparrows parla del passaggio all’età adulta di un ragazzo che attraversa un periodo di transizione, ma il film parla anche della relazione padre-figlio, d’integrazione, del ritorno alle origini, di mascolinità, amore, perdita e perdono. Amo lavorare con molti elementi, perché la vita è più complessa di una sola morale in 90 minuti. La vita non è bianca o nera, è grigia, con diverse sfumature. È la realtà e voglio che sia percepita dal pubblico. Si tratta di un film, quindi deve essere visivo e narrativo. Dato che ho capito che lo spettatore ama identificare a quale genere preciso appartiene il film, io e il mio staff definiamo il nostro lavoro come realismo poetico. Perché è importante avere bellezza ed estetica. 

Senza essere molto cupo, l’universo di Passeri è molto duro. È la sua visione della vita?
Bisogna rendersi conto che ci sono degli ostacoli da superare nel corso della vita, che è inevitabile dover affrontare piccoli e grandi drammi. Ma bisogna evidenziare le cose belle. E se nel mio film ci sono uno o due eventi che possono essere scioccanti, la mia intenzione non è quella di impressionare gratuitamente, ma di far provare la bellezza che ne segue. È un errore lasciar pensare allo spettatore che tutto è bello e luminoso come succede nelle produzioni hollywoodiane o che la vita è un inferno senza speranze come in alcuni film d’essai. Nessuna delle due opzioni è corretta, perché nella vita, quando si cade, ci si rialza e il sole splende di nuovo. C’è sempre speranza, non bisogna mai perderla.

Usa un metodo particolare per le riprese?
Ho incontrato la maggior parte dei miei collaboratori, in particolare il mio tecnico del montaggio e il direttore della fotografia, alla scuola di cinema in Danimarca. Abbiamo lavorato su molti progetti e insieme abbiamo creato il nostro stile, soprattutto nel ritmo delle scene che corrisponde al realismo della nostra visione. Non tagliamo e spesso usiamo quello che viene filmato dopo la ripresa. Anche se non ho potuto usare una 35 mm, Sparrows è girato in Super 16, perché non c’è niente di meglio della pellicola in termini di delicatezza. Viviamo in un mondo di schermi ad alta definizione che ci bombardano di contrasti orrendi e quando guardiamo un film girato su pellicola in buone condizioni, troviamo il vero cinema. Senza contare che è meno dispendioso girare in Super 16 rispetto al digitale!

Come vede il proseguimento della sua carriera? Si sente legato indissolubilmente all’Islanda?
L'Islanda è un piccolo paese e ho sempre coprodotto i miei film con la Danimarca, dove ho vissuto otto anni, e sono stato sostenuto dai fondi dei due paesi. Forse il mio prossimo film sarà ambientato in Danimarca, sarebbe una tappa logica. Mi trovo bene anche con la lingua inglese, ma non lavorerò mai in un posto dove non conosco nulla. Devo vivere e respirare l’atmosfera, testare l’ambiente per poterlo ritrarre: fa parte del mio processo di scrittura. Per me è importante lavorare con persone di cui mi fido, avere tutta la libertà artistica possibile e il controllo sul processo di realizzazione dei miei film. Perché le decisioni che sembrano questioni pratiche sono in realtà scelte artistiche.

(Tradotto dal francese)

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