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"Crediamo in un cinema di omissione"

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Alessio Rigo de Righi, Matteo Zoppis • Registi

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- Con Il Solengo, i registi italiani Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis hanno già consolidato un punto di vista assai interessante su ciò che il cinema non di finzione dovrebbe essere

Alessio Rigo de Righi, Matteo Zoppis  • Registi

Nato da un precedente documentario sugli avvistamenti di pantere in Tuscia, Il Solengo vede il duo registico Alessio Rigo de Righi e Matteo Zoppis ritornare nella stessa comunità di prima, come per rivisitare una delle sue storie. Avvolti nel mistero, questa volta si concentrano sull'impatto che l'eremita Mario de Marcella ha avuto sulla sua comunità; e i registi esprimono chiaramente la loro interessante visione del cinema con questo film, proiettato al recente International Film Festival Rotterdam.

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Cineuropa: Il vostro film si concentra spesso su voci o ipotesi, volevate sfidare la convinzione secondo cui i documentari dovrebbero essere esclusivamente basati su fatti?
Alessio Rigo de Righi: Sì, non eravamo molto interessati a cercare di arrivare a questo tipo di "verità" della storia. Eravamo molto più interessati a esplorare la memoria delle persone che raccontavano.
Matteo Zoppis: Cercavamo più che altro di creare un film sulle parole, dove le parole non solo modellano la struttura del film, ma anche le sue immagini. Spesso le parole del film guidano le immagini. Ma crediamo anche che non bisogna vedere tutto, perché crediamo in un cinema di omissione. Non tutto dev'essere mostrato o detto.

C'è anche una vera e propria omissione delle vostre voci nel film. Anche questa scelta serviva per cercare di ottenere quest'impressione di oggettività?
A.R.R.: Credo che l'omissione sia stata davvero importante nel film, perché si avverte una presenza molto forte della macchina da presa e delle location.
M.Z.: Perciò la decisione di tagliare la nostra voce è stata importante. Tutto ciò che è presente nel film crea un certo tipo di mondo, e noi facciamo parte proprio di quel mondo. Quindi, se avessimo inserito le nostre voci, vi sareste sentiti fuori posto. Sarebbe stato strano e si sarebbe avvertita quasi una nostra intrusione.
A.R.R.: Anche l'idea della conversazione era molto importante. Volevamo solo che conversassero tra di loro. C'era quest'idea della conversazione attorno ad un tavolo o del raccontare delle storie, ed è stato davvero importante per noi cogliere il senso del sentito dire o di una tradizione orale. Capivamo molto di più lasciandoli parlare tra di loro.

Con quest'aspetto della tradizione orale, è stato quasi come se il vostro film sconfinasse nel mito a volte. Le leggende sono un argomento che vi interessa?
M.Z.: Sì, è un po' uno sviluppo dell'idea che avevamo per il nostro film precedente, dove c'era questa pantera e tutti sostenevano di averla vista negli anni '80. Si era creata una sorta di leggenda. La cosa ci ha interessato e l'abbiamo sviluppata. Prima abbiamo sentito persone che parlavano del protagonista del nostro documentario durante una pausa pranzo, ed era quasi come se stessero creando un mito. Fin dall'inizio, le storie che sentivamo erano molto contraddittorie. Qualcuno ci diceva che viveva in una grotta e poi qualcun altro ci raccontava di aver trovato del sangue da qualche parte. Anche allora pensavamo "Di che stanno parlando?" Nel nostro film però costruiscono una leggenda. Viene direttamente dalle storie che ci hanno raccontato. Le abbiamo solo approfondite un po', perché è qualcosa che ci interessa molto.

Siete anche impegnati a trasformare il documentario in qualcosa di più di una forma d'arte come forse è sempre stato?
A.R.R.: Sì, questo tipo di approccio tradizionale non ci interessa affatto. Eravamo molto più affascinati dal modo in cui la gente avrebbe raccontato le storie, piuttosto che dai fatti narrati.
M.Z.: Solo perché agivamo da artisti, però, non significa che fosse falso. Abbiamo spesso letto che questo film viene descritto come un "mockumentary". Non lo so, non lo etichetterei in modo specifico. Voglio dire, sì, c'è una sorta di verità nel film, ed è una verità che abbiamo visto in quel posto, che veniva direttamente dalla gente. Ciò dunque la rende una non-verità o una verità? Non lo so.

(Tradotto dall'inglese)

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