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"Mimosas mi ha permesso di crescere come regista"

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Oliver Laxe • Regista

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- Il giovane regista galiziano Óliver Laxe ci rivela i dettagli di Mimosas, el suo sorprendente secondo film, Gran Premio della Settimana della Critica al 69° Festival di Cannes

Oliver Laxe  • Regista

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 ha trionfato nella Settimana della Critica di Cannes 2016 (vedi news), è stato venduto in Francia, Paesi Baltici, Grecia, Messico e Stati Uniti, ed è ora di scena in festival come Mosca, Karlovy Vary (vedi news), FID Marsiglia e Lima. Abbiamo parlato con il suo regista, Oliver Laxe, 34 anni, che si divide tra la Galizia e il Marocco, dove ha girato questo film e quello precedente: You All Are Captains [+leggi anche:
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Cineuropa: A Karlovy Vary è presente con due film: Mimosas, come regista, e The Sky Trembles And The Earth Is Afraid And The Two Eyes Are Not Brothers [+leggi anche:
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, come attore.
Oliver Laxe: Quello di Ben Rivers è quasi un making of del mio: comincia filmando le mie riprese, si vede tutto il delirio di Mimosas, molto alla Herzog, con cui abbiamo avuto a che fare, accampandoci in montagna...

Cosa l'ha portata ad appassionarsi al Marocco?
Sono figlio di emigranti: i miei nonni erano contadini galiziani e avevano valori che ho trovato nel Marocco tradizionale e rurale. Ho sentito una continuità, un'umiltà... sto bene qui e mi ci identifico. C'è anche uno spazio molto poetico, con lo scontro tra tradizione e modernità, dove prendono vita cose surreali, belle e contraddittorie. Qui trovo il passato, il presente e il futuro degli esseri umani. E il paesaggio umano e quello naturale rappresentano una materia prima scandalosa, psichedelica, che è molto stimolante da trattare come regista, pittore o voyeur

Ha definito Mimosas un "western religioso".
Sì, è un mix di generi, un film di avventure fisiche e metafisiche. Mi piace molto il genere, perché permette di compiere passi in avanti: Mimosas mi ha permesso di spingermi oltre e di crescere come regista.

Dev'essere stato difficile girare nell'Atlas...
Le riprese sono durate cinque settimane, con comparse e cavalli. Non avevamo alcuna esperienza ed è andato tutto bene, anche se è stato molto difficile, con spostamenti su muli e il dover convincere i produttori a girare lì. Ricordo che il secondo giorno, quando i camion rimasero bloccati su un ponte, pensammo di non potercela fare, ma perseverammo senza mollare, sebbene tutti dicessero che era una follia. Col senno di poi, questa mancanza di calcolo e coscienza ha permesso al film di essere diverso; questo è il problema del cinema: pensiamo e calcoliamo tanto, ma poi tutto si assomiglia. Il cinema consiste nel raggiungere il punto in cui il film si crea da sé, ti supera e le decisioni le decide più il caso che noi stessi. Il cinema è accettazione, l'ho capito durante i vari incidenti di percorso: ho pensato che se la vita mi dava questi schiaffi, accettarli mi avrebbe fatto credere. 

I suoi attori sono professionisti?
Sono miei amici. È come nella vita: persone che ti colpiscono in un modo o nell'altro. Vedo qualcosa di magico e luminoso in loro, in senso cinematografico e mi piace portarlo sullo schermo. Ho amici così belli che è logico includerli nei miei film. Scrivo la sceneggiatura pensando a loro, alle loro parole e gesti: sullo schermo c'è la loro innocenza, il loro silenzio e la cicatrice del loro sguardo.

(Tradotto dallo spagnolo)

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