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"Ho affrontato un argomento intimo senza fare un film intimo"

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Philippe Lioret • Regista

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- Cineuropa ha incontrato il regista francese Philippe Lioret, che ha presentato il suo nuovo film, Le Fils de Jean, in competizione al Festival di Varsavia

Philippe Lioret • Regista

Il francese Philippe Lioret (Welcome [+leggi anche:
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) ha presentato il suo nuovo film, Le Fils de Jean [+leggi anche:
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, in competizione al Festival di Varsavia. Abbiamo incontrato il regista per discutere del film.

Cineuropa: Le fils de Jean è più che commovente, fa piangere, ma con le lacrime porta anche un sorriso. Da dove viene l'idea?
Philippe Lioret: L'idea per questo film mi è venuta leggendo un libro: Si ce livre pouvait me rapprocher de toi di Jean-Paul Dubois, ma è stato solo una fonte d'ispirazione che mi ha permesso di affrontare un soggetto piuttosto personale che ho impiegato quasi 3 anni a scrivere. Con questa storia, avevo in mente l'idea di un film "solare" e i sorrisi che le ha regalato mi rassicurano a questo proposito. 

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Come ha scelto gli attori?
All'inizio del casting mi sono detto: "non m'interessa fare questo film con delle star, devo solo trovare gli attori la cui natura profonda si avvicina di più a quella di questi personaggi". Sapevo che Mathieu, nonostante i suoi 35 anni, aveva una grande fanciullezza dentro di sé. Ho incontrato quasi tutti gli attori di questa generazione, ed è in Deladonchamps che ho scoperto quest'infanzia in misura maggiore. Per i ruoli canadesi, è stato più complicato perché li conoscevo poco. Ho visto un numero impressionante di film provenienti dal Quebec, finché non mi sono imbattuto ne Le Démantèlement di Sébastien Pilote, in cui Arcand aveva il ruolo principale. Sono rimasto ipnotizzato. Era lui. E quando Gabriel ha letto la sceneggiatura di Fils de Jean, mi ha detto: "Sono io". Ci eravamo trovati.

Come ha conferito questa forma alla storia? È stato complicato lavorare alla sceneggiatura?
Come ho detto prima, non resta quasi più nulla del libro di Jean-Paul che è servito da ispirazione, da detonatore. Inoltre, avevo contattato Natalie Carter per non trovarmi da solo di fronte a questa "montagna di sentimenti contraddittori", ma ho scoperto che questa storia mi apparteneva a tal punto che Natalie mi ha subito convinto a scriverla da solo... e, per arrivare alla versione di cui stiamo parlando, mi ci sono volute molte circonvoluzioni, dubbi e interrogativi, quindi molto lavoro, e poi ancora lavoro per non far vedere il lavoro. Perché mi piace pensare che un film sia un dono che viene fatto allo spettatore, e se si vede il lavoro, è un po' come averci lasciato il prezzo sopra. 

Ci dica un po' dello stile visivo. Sia la fotografia che il montaggio sono molto puliti e disciplinati, non ci sono esperimenti o grossolanità, ma la visione resta molto dinamica. Si passa dagli interni al lago, cosa che divide il film in due parti, sebbene le scene in interni siano predominanti in termini di durata.
Sa, nessuno degli equilibri visivi di cui parla era previsto, non lavoriamo così. Ma forse, mio ​​malgrado, le scene si sono disposte a caso, sempre con il desiderio di fare un film "solare" e ottimista. E poi mi piace il movimento e gli spazi aperti (in Canada mi sentivo realizzato!), cosa che mi ha permesso di affrontare quest'argomento intimo senza fare un film intimo.

(Tradotto dall'inglese)

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