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"Non amo scendere a compromessi"

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Goran Paskaljević • Regista

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- La leggenda del cinema Goran Paskaljević racconta a Cineuropa dell’opportunità di girare Land of the Gods in India e di come sono andate le riprese

Goran Paskaljević  • Regista

Land of the Gods [+leggi anche:
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del celebre regista Goran Paskaljević è il primo film serbo, e il primo film in lingua indiana, ad essere stato scelto da Amazon per una distribuzione su scala mondiale. Il progetto si rivolge a un pubblico di 500 milioni di madrelingua hindi e prevede almeno 15 milioni di spettatori. Paskaljević ha raccontato a Cineuropa come è nata l’opportunità di girare la pellicola in India e come si è svolto il set. 

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Cineuropa: Come le è venuta l’idea di fare un film in India?
Goran Paskaljević:
L’idea è nata quando ho incontrato Victor Banerjee [attore e co-sceneggiatore] al Film Festival di Goa, nel 2014, dove mi trovavo in veste di membro della giuria. L’ho sempre apprezzato come attore e intellettuale. Lui è appassionato di Himalaya, possiede anche una casa lassù, e mi ha invitato ad andarci con lui. Per due mesi abbiamo girato in macchina in lungo e in largo la regione. Una mattina, quando mi sono svegliato, non riuscivo a vedere da un occhio e ho iniziato a riflettere su come sarebbe stato perdere parzialmente la vista. Ho cominciato a rimuginare sulla storia semplice di un uomo affetto dalla sindrome di Horton, che dopo 40 anni di assenza fa ritorno a casa. È un racconto universale, e volevo girarlo in India, ma sapevo che avrei avuto bisogno di aiuto per rappresentare al meglio la realtà locale. È così che abbiamo deciso di lavorare insieme.

Come si è svolta la produzione?
In termini di produzione, questo è il film più difficile che abbia mai fatto. L’India è un paese complesso, con molta burocrazia e corruzione, quindi anche solo per ottenere un permesso di riprese, bisogna passare da diversi dipartimenti amministrativi, in particolare se la produzione è straniera. Mi sono rifiutato di corrompere dei funzionari. Il risultato è che, ufficialmente, non si tratta di un film serbo-indiano, bensì di una pellicola serba girata in India. 

Non amo scendere a compromessi nella stesura del copione o assemblare senza una logica diverse coproduzioni. Ho perciò preferito sfruttare la scarsità di budget come un incentivo alla creatività, piuttosto che piegare la resa del film all’esigenza di raccogliere fondi. Questo modo di fare può però causare delle tensioni all’interno della troupe, e le tensioni hanno spesso un impatto negativo sul risultato finale di un film. Ho seguito pertanto le mie proprie regole. È cruciale per me. Abbiamo ricevuto il sostegno di alcune aziende private in India e in Serbia della società Zepter, del canale televisivo nazionale RTS e del Film Center Serbia. La squadra di lavoro era la stessa con cui di solito giro i film in Serbia, ma con attori indiani.

A causa del budget ristretto e delle difficoltà negli spostamenti da una location all’altra, abbiamo ridotto il periodo di riprese da sette a cinque settimane. Tuttavia, trattandosi del mio diciassettesimo film e avendo già lavorato per molto tempo con la troupe, ci sono stati pochi intoppi. Per quasi tutte le scene ho dovuto girare un solo ciak, ripetendolo solo in caso di problemi tecnici.

La cinepresa si muove in modo fluido e la scelta delle location conferisce al film una grande autenticità.
Anche questa volta mi sono affidato al direttore della fotografia Milan Spasić, che, montando la macchina da presa sulla Steadicam, riesce a spostarla velocemente da una posizione all’altra. Di solito, io compongo l’inquadratura e lui si occupa delle luci e del resto. Per quanto riguarda i luoghi, non abbiamo cambiato quasi niente. Abbiamo ricostruito la scuola così come doveva essere stato l’edificio prima che un incendio la radesse al suolo. Il tempio dove dorme il protagonista è un tempio vero, che abbiamo restaurato in parte laddove un terremoto lo aveva distrutto. Ci siamo impegnati al massimo affinché il film risultasse il più autentico possibile, e persino la musica principale è l’inno non ufficiale del popolo Garhwali. Gli indiani guardano questo film con una serietà quasi religiosa e ne riconoscono tutti i significati nascosti. Sanno che cos’è Kedarnath, ad esempio, mentre gli altri spettatori colgono soltanto la storia umana, ma l’importante è che quest’ultima funzioni.

In collaborazione con

 

(Tradotto dall'inglese)

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