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"Voglio dare l’impressione allo spettatore di condividere con me un segreto"

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Jorunn Myklebust Syversen • Regista

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- Cineuropa ha incontrato la regista norvegese Jorunn Myklebust Syversen, il cui primo lungometraggio, The Tree Feller uscirà in Norvegia il 7 aprile

Jorunn Myklebust Syversen • Regista

Un uomo abbatte degli alberi in una foresta, ma non è un boscaiolo. È la trama di fondo di The Tree Feller [+leggi anche:
trailer
intervista: Jorunn Myklebust Syversen
scheda film
]
, primo lungometraggio (nelle sale norvegese il 7 aprile, distribuito da Mer Filmdistribusjon) della cineasta norvegese Jorunn Myklebust Syversen, già nota per il suo variegato contributo al mondo della video-arte. Cineuropa l’ha incontrata a Oslo, vicino al parco Birkelunden, che dona al quartiere di Grünerløkka un’atmosfera da città di provincia.

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Cineuropa: Come nasce questo film?
J
orunn Myklebust Syversen: Dirigere gli attori mi appassiona, vederli dare vita ai personaggi è affascinante, ma nelle mie creazioni artistiche gli interpreti non sono che semplici rappresentazioni. Incoraggiata dalla produttrice di Mer Film Maria Ekerhovd, a poco a poco ho dato spessore al mio progetto, che inizialmente doveva essere un cortometraggio. Ho subito pensato a Anders Baasmo Christiansen per il ruolo principale. Lui e Benjamin Helstad sono i soli attori professionisti del film e, siccome volevo che ogni cosa restasse semplice e naturale, gli interpreti hanno mantenuto il loro nome. Ho trascorso una fase di preparazione nella regione di Hallingdal, facendo delle ricerche sul campo e parlando con gli abitanti del luogo, per poi lavorare alla sceneggiatura la sera, proprio nella baita dove si svolge parte dell’azione. 

E il risultato della scrittura è…
Una storia che può prestarsi a diverse interpretazioni. Gioco con i simboli e i codici culturali, ma non mi indirizzo in prima battuta all’intelletto. Dissemino indizi, suggerisco piste, ma senza dare spiegazioni. Voglio dare allo spettatore l’impressione di condividere con me un segreto. L’obiettivo è che gli aspetti inquietanti siano percepiti in maniera emotiva, quasi fisica. Ad Anders non ho consegnato un copione tradizionale, bensì una trentina di pagine piene soprattutto di indicazioni e descrizioni dettagliate. Non ci sono controfigure: è stato formato da una guardia forestiera, ma è davvero lui ad abbattere gli alberi.

Ci parli di Anders e del suo personaggio.
Fa ritorno in campagna dopo gli studi, ma non è in grado di occuparsi della fattoria lasciatagli dai genitori. È distante dalla realtà campestre. La sua conoscenza della natura è superficiale, al contrario di Bjarne, che ha invece una relazione pragmatica con essa e cerca di aiutarlo.

Due approcci molto diversi.
In effetti. Ho lasciato Bjarne libero di esprimersi, non ho posto freni al suo umorismo caustico. Lo seguiamo nella sua logica e possiamo comprendere la sua irritazione di fronte al comportamento di Anders, perché lo vede come uno spreco. Egli appartiene ad un’altra generazione. I giovani d’oggi hanno un rapporto romantico con la natura. Prima la vita era dura, bisognava lavorare la terra per nutrirsi, per sopravvivere. Il fatto di non dare un copione a Bjarne l’ha aiutato, credo, ad essere più spontaneo, a non nascondere la sua veemenza e il suo modo di parlare diretto e sincero, senza empatia verso Anders.

Ci dica qualcosa sulle riprese.
Dieci giorni con una squadra motivata e un’atmosfera calorosa. La troupe comprendeva anche la direttrice della fotografia Marte Vold, con la quale collaboro fin dal 2009, e gli ingegneri del suono Tormod Ringnes e Svein-Ketil Bjøntegård, che sono stati molto abili nell’arricchire le immagini. La musica è stata in gran parte composta da Jan Erik Mikalsen e da Andreas Mjøs, e in alcuni passaggi serve a suggerire lo stato d’animo di Anders e a situarlo socialmente. In altri, viene invece usata per sorprendere il pubblico, disattendendone le aspettative e creando dinamismo. Dopo le riprese ho montato una versione provvisoria del film e, una volta avuti i finanziamenti, sono ricorsa all’esperienza del montatore Christian Siebenhertz.

Come definirebbe la sua visione delle cose: in bianco e nero forse?
No, nessun contrasto violento. I personaggi trovano un equilibrio nelle sfumature del proprio carattere, nei loro difetti, nei loro cambiamenti d’umore. Penso che il bisogno di dare un senso alla propria vita cambi il rapporto di ciascuno con il prossimo e crei uno squilibrio nelle relazioni. Si ha tendenza a voler imporre le proprie convinzioni e a stigmatizzare ciò che avvertiamo come diverso da noi. Sono color che rifiutiamo di comprendere, gli ignorati e i disprezzati, ad attrarre la mia attenzione. Il mio approccio è umanista e presenta, spero, un interesse generale. In ogni caso, ho mostrato il film alla mia famiglia. Avevo talmente paura che ne restasse delusa, che si sentisse sfruttata e tradita, ma hanno invece reagito positivamente. Un vero sollievo!

(Tradotto dal francese)

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