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“C’è una domanda sempre più insistente di film europei di qualità”

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Cristiano Bortone • Regista

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- Il regista italiano Cristiano Bortone, selezionato al Beijing International Film Festival con il suo ultimo film Caffé, parla a Cineuropa del mercato cinese

Cristiano Bortone  • Regista

La coproduzione tra Italia, Cina e Belgio intitolata Caffé [+leggi anche:
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efirmata dal cineasta italiano Cristiano Bortone è stata selezionata al Beijing International Film Festival, che si terrà dal 16 al 23 aprile. Cineuropa ha incontrato il regista per scoprire più da vicino il mercato cinese.

Cineuropa: Questo film rappresenta il primo caso di coproduzione italo-cinese: quali ingredienti ha usato per realizzare il progetto?
Cristiano Bortone:
La Cina è un territorio nuovo. Nessuno sa ancora esattamente quali siano le sue regole. Abbiamo constatato che persino le collaborazioni con Hollywood possono seguire un percorso accidentato. Le nostre differenze culturali sono più ampie di quanto si creda, e la lingua è soltanto una di queste. Quindi è essenziale soprattutto essere pazienti e comprensivi, accettando che le cose possano andare diversamente e in modo non per forza ragionevole. L’obiettivo è raggiungere un terreno comune di incontro, un compromesso che sia accettabile per entrambe le parti. Direi che realizzare un film (o qualunque altro progetto) in Cina richiede una padronanza nell’arte della negoziazione. Da un lato, questo rappresenta una sfida artistica e può aprire prospettive nuove. Dipende dal punto di vista che si adotta.

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Una cosa è certa: dal momento che non ci sono regole, dobbiamo costruirle noi stessi strada facendo. Con Caffé, ad esempio, abbiamo voluto costruire una storia pluristratificata. Un filone della trama è interamente ambientato in Cina, girato in lingua locale e con attori del posto. La nostra speranza è che ciò possa attirare il pubblico cinese più di un film completamente straniero. Ma ci sono molte altre possibilità quando si tratta di collaborare a un film. Bisogna solo essere aperti e disposti ad intraprenderle.

Cosa ha significato per lei essere selezionato al Beijing Film Festival?
Caffé uscirà nelle sale cinesi alla fine di maggio, quindi la presenza del film a Beijing aiuterà i distributori nazionali nella promozione della pellicola non solo in qualità di opera straniera, ma anche come produzione con una valenza locale. Per i media cinesi il fatto di vedere i loro interpreti al fianco di attori europei sul red carpet o mentre rilasciano interviste e vengono fotografati è fonte di grande interesse. La Cina è un paese immenso e qui più che altrove è fondamentale farsi pubblicità per raggiungere una maggiore visibilità.

In che modo secondo lei i produttori europei possono incrementare il numero di coproduzioni con la Cina?
Prima di tutto, bisogna “comprendere”. Come europei, conosciamo quasi soltanto il nostro ambiente professionale: chi ci lavora e le sue procedure, che si tratti di contenuti, finanziamenti o promozione. Il fatto di maturare un’esperienza di lunga data ci fa credere istintivamente che questo sia “il” sistema. Invece, se vogliamo avvicinarci alla Cina, dobbiamo prima capire che ciò che è dato per scontato da noi potrebbe non esserlo per loro. Bisogna in un certo senso resettare le nostre convinzioni ed essere pronti a ripartire da zero. Inoltre, i cinesi conoscono il nostro mondo molto meglio di quanto noi non conosciamo il loro. Alcuni tra noi hanno ancora una nozione molto romantica della Cina, altri addirittura rifiutano di aprire gli occhi su ciò che essa è realmente diventata. Credo che entrambi gli approcci siano sbagliati. La comprensione è il primo passo per andare incontro a una nuova realtà. Per esempio, dovremmo renderci conto che la gran parte degli spettatori del paese è molto giovane e ricerca soprattutto film commerciali. E tuttavia, il rapido sviluppo della società porta a un aumento della domanda di pellicole di qualità. Un campo, questo, in cui gli europei possono dare un notevole contributo. La necessità di comprendersi reciprocamente e di creare un ponte tra le nostre comunità cinematografiche ci ha spinti a fondare l’associazione cino-europea Bridging the Dragon. L’entusiasmo che questa ha suscitato mostra come tale bisogno sia sempre più rilevante per l’industria.  

Crede che sia necessario co-produrre con un partner cinese per farsi distribuire nel paese?
I film stranieri possono essere distribuiti in Cina, ma è fissata una quota annuale per le pellicole di importazione, per lo più riservata a grosse produzioni commerciali. In tempi più recenti, questa quota si è leggermente alzata, ma resta una limitazione alla libera distribuzione. Un film ufficialmente coprodotto verrebbe considerato al pari di una produzione nazionale e quindi distribuito al di fuori della quota. L’altra faccia della medaglia è che la pellicola deve soddisfare tutti i criteri richiesti ad una coproduzione, inclusa l’approvazione delle autorità di censura rispetto al suo contenuto. Al di là di queste formalità, credo che il vantaggio nel collaborare con un partner cinese risieda soprattutto nella possibilità di sviluppare un film in qualche modo adatto a questo mercato. Realizzare un film con la Cina può permettere a una storia di raggiungere un pubblico potenzialmente enorme e ansioso di lasciarsi sorprendere da opere nuove e interessanti. La speranza che la Cina diventi una fonte di finanziamento per i film europei rischia di trasformarsi in una delusione, dal momento che gli investitori cinesi sono interessati prima di tutto al proprio mercato, ma certo questo è un punto di vista poco lungimirante.

(Tradotto dall'inglese)

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