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“Capire un film non attraverso i dialoghi ma attraverso le azioni”

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Dominik Locher • Regista

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- LOCARNO 2017: Cineuropa ha incontrato il regista svizzero Dominik Locher che ci ha parlato del suo nuovo film Goliath che compete per il Pardo d’oro

Dominik Locher • Regista
(© Locarno Festival / Massimo Pedrazzini)

Il regista svizzero Dominik Locher compete per il Pardo d’oro del Festival Locarno con il suo nuovo film Goliath [+leggi anche:
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. Ricco della sua propria esperienza di padre Locher si mette a nudo con grande sincerità spiegandoci quanto il protagonista David rifletta le sue stesse preoccupazioni.

Cineuropa: Da dove nasce l'idea del film?
Dominik Locher:
È da tempo che rifletto sul tema della mascolinità, sul desiderio di essere più forte di quello che sono. L'idea mi è frullata per la testa per sei mesi credo e poi la mia compagna è rimasta incinta ed improvvisamente ho voluto mettere insieme queste due realtà: la pancia della donna che cresce e i muscoli dell'uomo che si sviluppano, in parallelo, per nove mesi. Ieri una signora anziana mi accosta e mi dice “io e mio marito avevamo lo stesso genere di discussioni quando eravamo giovani ma non avremmo mai avuto il coraggio di parlarne in modo così diretto”. Quello che mi interessava in Goliath era vedere cosa succede quando la comunicazione si interrompe, come la rabbia riesce a impossessarsi di te quando non puoi parlare dei tuoi sentimenti perché pensi che sia da deboli. L’idea che la forza sia in qualche modo più importante dell’amore.

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Goliath è stato definito come un film “su una generazione”. Cosa puoi dirmi a questo proposito?
Credo che il film parli principalmente dell’enorme pressione che ci auto infliggiamo cercando di essere perfetti, di avere successo, vivendo con delle aspettative irrealizzabili. Vogliamo che tutto sia ottimizzato e ci focalizziamo coì tanto su di noi da non considerare nemmeno più le persone che ci attorniano. C’è una parola in tedesco che riassume molto bene questo sentimento: “Verrohung” (abbruttimento). L'altra cosa è che cercando la perfezione rincorriamo un ideale chimerico che ci frustra, che ci riempie di stress e di insicurezza, e l'insicurezza ci spinge a trattare male gli altri.

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sembra proprio che i giovani registi svizzeri si stiano interrogando sull'identità svizzera. Cosa ne pensi?

Negli anni 70, la corrente femminista diceva che il privato è politico. Il modo in cui ci comportiamo in privato ci dice qualcosa sulla società in generale e per riprendere quello che dicevamo all'inizio tutti dovremmo essere più attenti al mondo che li attornia. È per questo che i movimenti di estrema destra riescono ad essere così forti, è a causa di questo “Verrohung” (abbruttimento).

Gli uomini disorientati non sanno più come comportarsi, c'è una vera crisi dei sentimenti, c'è molta violenza nelle famiglie svizzere ma nessuno ne parla, anche se è estremamente importante farlo. Il motivo principale della violenza di David è la sua incapacità di condividere. È un po’ come un pentola a pressione. La paura di essere lasciati, di divorziare e perdere i propri figli o semplicemente di deludere le proprie aspettative può avere delle conseguenze fatali. Forse è proprio questo il tema principale del film. David è un ragazzo qualunque, non è qualcuno che crea problemi. Malgrado ciò diventa tanto pericoloso quanto una persone che la società ritiene come (potenzialmente) problematica. Qualcuno di cui si potrebbe dire: “da lui non me lo sarei mai aspettato, sembra così normale!”.

Una volta hai detto, parlando della nuova generazione di cineaste svizzeri: “non cerchiamo più di piacere a tutti, al contrario cerchiamo di sviluppare una visione artistica forte.”. Qual è la tua visione artistica?
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vedo dei film che credono nelle immagini e nella capacità del pubblico di leggere il linguaggio del corpo e capire un film non attraverso i dialoghi ma attraverso le azione. In tutti questi film l’importante è il modo di porsi degli attori e non quello che dicono. Parlando si può anche mentire, mentre il corpo è più diretto, schietto. In Svizzera ci sono moltissimi film basati sui dialoghi, e va benissimo, ma i giovani registi credono di più nella forza delle immagini!

È meglio rischiare di non essere capiti o peggio rigettati piuttosto che avere un’opera d’arte consensuale. Durante il Q&A dopo la proiezione di Goliath una persona mi ha detto di aver provato repulsione di fronte alla violenza ed ai silenzi che si instaurano fra David e Jessy. Per me l’arte deve produrre questo genere di reazioni, stimolare le discussioni, provocare in noi qualcosa di forte.

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