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“Volevo porre l’accento sulla vita privata dei rifugiati”

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Mahamat-Saleh Haroun • Regista

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- TORONTO 2017: Abbiamo incontrato il ciadiano Mahamat-Saleh Haroun, il cui nuovo film, Une saison en France, è stato presentato in anteprima mondiale nella sezione Special Presentations

Mahamat-Saleh Haroun  • Regista

Il settimo lungometraggio del noto regista ciadiano Mahamat-Saleh Haroun, Une saison en France [+leggi anche:
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, è stato appena presentato in anteprima mondiale nella sezione Special Presentations in occasione del 42esimo Festival internazionale del film di Toronto. Cineuropa ha avuto l’opportunità di fare due chiacchiere con lui riguardo il background della sua storia, i suoi personaggi e l’aspetto politico del film.

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Cineuropa: Qual è stata la tua ispirazione per la storia? Si basa su fatti realmente accaduti?
Mahamat-Saleh Haroun
: Sì, si basa su fatti realmente accaduti. Sai, vengo dal Ciad, dove abbiamo avuto una violenta guerra civile per molto tempo. Per questo motivo ho lasciato il mio paese e sono diventato un vagabondo. Quindi posso dire di conoscere un po’ la condizione di essere un rifugiato. In Francia ho incontrato molti richiedenti asilo che aspettavano una risposta. Une saison en France è ispirato alla storia di un rifugiato ciadiano che, dopo aver ricevuto una risposta negativa dalla Francia, si è sacrificato. Spero non sia morto.

Puoi fornirci più dettagli riguardo i personaggi di Abbas e Carole? Perché hai voluto creare questa coppia?
Beh, Abbas e Carole lavoravano nello stesso mercato, sono vicini, e si innamorano. I genitori di Carole erano anche rifugiati; arrivarono in Francia dalla Polonia durante la Seconda guerra mondiale. In un certo senso, Carole rivive la storia dei suoi genitori attraverso la storia di Abbas, ed è questo che li fa avvicinare.

Perché hai deciso di evitare di parlare della guerra e focalizzarti invece sulle sue conseguenze in un paese pacifico come la Francia?
Non volevo parlare della guerra, perché mostrare il lato più chiaro e impressionante è il modo più semplice di farlo. Volevo porre l’accento sulla vita privata dei rifugiati e mostrare quanto sia devastante, soprattutto quando si hanno bambini.

Per quanto riguarda il Tribunale che si occupa delle richieste di asilo politico, credi che un sistema politico o legislativo possa essere catastrofico al pari di una guerra per i rifugiati?
Sì, certo. Credo che il sistema politico sia un disastro perché i rifugiati devono attendere tantissimo per ricevere una risposta alla loro richiesta. Nel frattempo sono destabilizzati, dovendo vivere in una specie di terra di nessuno, sotto l’ombra di una condanna a morte.

Lavori sempre in coproduzione con la Francia, ma questa volta hai deciso di girare lì il tuo film. Com’è stata questa esperienza?
L’esperienza è stata bella. Ho lavorato con attori e tecnici professionisti, che hanno reso le cose addirittura più semplici, a differenza della situazione in Ciad. Quindi è stata un’esperienza positiva.

(Tradotto dall'inglese di Giulia Gugliotta)

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