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Francesca Comencini • Regista

“Volevo raccontare una donna che non fosse vittima”

di 

- La regista romana Francesca Comencini ci parla del suo nuovo film Amori che non sanno stare al mondo, proiettato al 35° Torino Film Festival e al cinema dal 29 novembre

Francesca Comencini  • Regista

Dopo il debutto a Locarno, Francesca Comencini ha portato al 35° Torino Film Festival (sezione Festa Mobile) il suo nuovo film, Amori che non sanno stare al mondo [+leggi anche:
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, un’arguta commedia sentimentale tratta dal suo libro omonimo. Con protagonisti Lucia Mascino, vista di recente in La pelle dell’orso [+leggi anche:
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 di Marco Segato e Suburra - La serie, e Thomas Trabacchi (Nico, 1988 [+leggi anche:
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), il film esce nelle sale italiane il 29 novembre con Warner.

Cineuropa: Il suo film ricorda un po’ Io e Annie di Woody Allen, ma dal punto di vista di una donna. E’ stato un suo riferimento al momento di trasporre il libro al cinema?
Francesca Comencini:
Non oso dirlo perché è un capolavoro, ma in effetti sì, è un film che abbiamo molto guardato e a cui abbiamo pensato con le sceneggiatrici Francesca ManieriLaura Paolucci. Lì, anche se dal punto di vista maschile, c’è una narrazione simile: un uomo che ripercorre ossessivamente la sua storia d’amore dal momento che è finita. Io e Annie è un tale modello di libertà e ironia, anche nel dolore, che è stato inevitabile pensarci. 

Il racconto si articola come una sorta di flusso di coscienza della protagonista, ma ogni tanto sentiamo anche qualche riflessione dell’uomo. Come avete strutturato il film?
All’inizio, quando ho cominciato a prendere appunti di quello che poi è diventato il libro, avevo pensato a quattro voci off, dei quattro personaggi principali, come un monologo interiore ininterrotto di quattro punti di vista diversi. Il libro in effetti è strutturato così, è più corale. Poi scrivendo il film, con le sceneggiatrici ci siamo rese conto che l’io narrante più forte era quello di Claudia. Già il film era in apparenza caotico e frammentario, quindi moltiplicare le voci off diventava impossibile. Però è rimasta quella di Flavio che ogni tanto fa capolino.

Soprattutto nella prima parte, le nevrosi della protagonista sono portate all’estremo, sfiorano l’inverosimile. Era intenzionale creare questo distacco dalla realtà?
Sì lo era, perché lei, specialmente nella prima parte del film, è affetta da questa sorta di iper narrazione continua che hanno le persone innamorate quando vengono lasciate. Chiunque di noi che abbia un’amica o un amico separati da poco sa che per sei mesi dovrà rassegnarsi a sentir parlare solo di quello. E’ una cosa buffa e anche ironica del personaggio, ma più in generale ho cercato di raccontare una donna che prima di tutto non fosse una vittima. Lei è disperata, ma questo suo essere eccessiva è stato un modo per renderla iper reattiva. Volevo anche un personaggio che uscisse dai canoni: quando sei una donna che vuole sempre esprimere la propria soggettività, a rischio di essere a volte molesta, rischi di diventare eccessiva, perché questo mondo non lo prevede. Il tuo eccesso è il non saper stare al mondo così come è, ossia un mondo raccontato dagli uomini.

Aveva pensato fin dall’inizio a Lucia Mascino come protagonista?
Sinceramente no, ci sono arrivata tramite il casting. L’avevo già vista in teatro, ma non avevo pensato a lei perché all’inizio immaginavo un’interprete più grande di età. Ma quando ha fatto il provino, ho capito subito che era lei. Sono contenta di aver dato sia a Lucia che a Thomas Trabacchi un ruolo da protagonisti, sono due attori molto bravi, con molto teatro alle spalle, con molta tecnica, ma anche molta ingenuità e capacità di mettersi in gioco. 

Una scena molto divertente immagina una lezione universitaria di “eterocapitalismo”, dove si calcola l’età di una donna sulla base di fattori che prescindono dall’anagrafe…
Uno degli aspetti del film è quello di ragionare sull’invecchiare, che è diverso per un uomo o una donna. Non biologicamente, intendiamoci: diversa è l’autorizzazione che il mondo dà alle donne e agli uomini di invecchiare, in un sistema patriarcale. La scena, in realtà, si basa su un testo serissimo di un filosofo che si chiama Paul B. Preciado, che ragiona in maniera estrema e per me geniale sulle costruzioni normative dell’eterocapitalismo. Lo abbiamo rigirato in modo ironico, perché è un modo molto efficace per far capire come tutto ciò che riguarda l’età, i ruoli, gli stereotipi di genere, sia una costruzione culturale. Nel mercato reale se sei divorziata, se non hai lavoro, se hai figli a carico non vali niente, sei considerata una settantenne anche se hai 46 anni. Ho sentito miliardi di volte dire che le donne invecchiano peggio, ma sono cazzate.

Ha già qualche altro progetto in cantiere? Continuerà a misurarsi con la serialità televisiva?
Non ho ancora nuovi progetti per il cinema. Quanto alla serialità, sono tra i registi di Gomorra - La serie dalla prima stagione, ora siamo alla terza. E’ una cosa che mi appassiona tantissimo. Penso che nella serialità oggi ci siano possibilità di ricerca e libertà di affrontare temi scomodi quasi più che al cinema, quindi sì, vorrei continuare su questa strada. 

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