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Jesper Ganslandt • Regista

“Il mio obiettivo è quello di raccontare le storie che ci circondano in questo momento”

di 

- Il regista svedese Jesper Ganslandt ha parlato con noi del suo nuovo progetto, Jimmie, che ha vinto il Premio Eurimages Lab Project a Haugesund lo scorso agosto

Jesper Ganslandt  • Regista
(© Nordisk)

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(2012), dove un bambino di quattro anni e suo padre (interpretati da Ganslandt e suo figlio) sono costretti a lasciare la Svezia per raggiungere un luogo più sicuro. Jimmie [+leggi anche:
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, della casa di produzione svedese Fasad, è una risposta all’attuale crisi dei rifugiati del Mediterraneo. Il regista svedese ce ne ha parlato, dopo aver vinto il Premio Eurimages Lab Project al New Nordic Films market in occasione del Festival internazionale del cinema norvegese svoltosi a Haugesund nel mese di agosto.

Cineuropa: Da dove nasce un progetto unico come Jimmie?
Jesper Ganslandt:
È iniziato con alcune scene quando mio figlio aveva solo un anno. Le ho girate con lui e, durante il montaggio, ne sono nate delle altre, le quali ci hanno condotto alla sceneggiatura di Jimmie. Si tratta di vedere un qualcosa di complesso, pericoloso e che cambia la vita dalla prospettiva di un bambino.

Poi, quando il flusso di rifugiati ha raggiunto il picco nell’estate 2015, ho iniziato a pensare a come sarebbe se la situazione e le rotte fossero al contrario. Noi, in quanto europei, avremmo una percezione delle cose diversa se fossimo noi a dover migrare? Il film inizia con questa domanda e la maggior parte delle scene sono tratte da racconti di veri rifugiati.

Pensava che il cinema ci stesse mettendo troppo tempo prima di rappresentare la crisi dei rifugiati che l’Europa sta attraversando?
Ci sono stati alcuni film che hanno rappresentato con forza la vita che i rifugiati conducono nella realtà, sia opere di finzione, sia documentari. Ma penso che questo tentativo di vedere la questione da un punto vista opposto, mettendosi nei panni altrui, mancasse.

Lei sta raccontando una storia ambientata in Svezia e nel Mediterraneo, che quindi coinvolge il continente intero. Come ha lavorato nelle varie aree in cui avete girato?
È stato, allo stesso tempo, difficile e molto naturale girare. Ogni volta, mio figlio, che aveva quattro anni, non voleva girare ciò che avremmo dovuto fare in un determinato giorno. Ho dovuto combattere l’impulso di dire che non dovevamo farlo per forza. Ne abbiamo parlato molto e, alla fine, siamo spesso giunti a un compromesso. Altre volte, invece, tutto si è svolto con naturalezza e senza problemi, girando anche di più di quanto in programma.

Durante le prime settimane siamo stati in Svezia, per poi salire tutti a bordo di una sorta di camion direzione Vienna, dove abbiamo lavorato per una settimana. Dopo, siamo ripartiti alla volta delle Alpi, girando scene durante il tragitto. Abbiamo attraversato la Slovenia e siamo giunti in Croazia, luogo in cui sono state effettuate le riprese di tutto ciò che riguardava il Mediterraneo, dove la storia giunge al termine.

Pensa i professionisti del cinema, lei compreso, debbano adattarsi a un continente sempre più diversificato come l’Europa al fine di sviluppare le proprie idee? La cooperazione è più importante ora rispetto a un tempo?
Penso che oggi i film con le storie più interessanti nascano proprio dalla diversità che caratterizza l’Europa. Almeno per me, è di vitale importanza esplorare le differenze e le fratture tra le varie culture. La cooperazione è sempre strategica nel cinema, sia tra registi, sia tra progetti. Non so se è più importante oggi o un tempo.

(Tradotto dall'inglese di Michael Traman)

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