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Urszula Antoniak • Regista

“Il film traccia un percorso verso una presa di coscienza”

di 

- Al Festival del Cinema Europeo di Les Arcs, la regista Urszula Antoniak descrive il suo nuovo film, Beyond Words

Urszula Antoniak • Regista

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(migliore opera prima a Locarno nel 2009) e per Code Blue [+leggi anche:
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(Quinzaine des réalisateurs 2011) e Nude Area [+leggi anche:
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, la ra regista olandese-polacca Urszula Antoniak è in concorso al nono Festival del Cinema Europeo di Les Arcs con il suo quarto lungometraggio, Beyond Words [+leggi anche:
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, presentato a Toronto e apprezzato in concorso a San Sebastian.

Cineuropa: Qual è il soggetto principale che vuole trattare in Beyond Words? Un film formalmente molto sofisticato, in cui gioca con una relativa opacità tematica.

Urszula Antoniak: L’idea del film risale al 2007. Volevo fare un film su qualcosa che conosco, perché è questo il mio modo di procedere. Nella fattispecie, pensavo a un film sull'immigrazione, ma più sul processo in sé, che da un un punto di vista sociale. Così mi sono accorta che, in dieci anni, c'è una cosa che non è cambiata: nei film sull'immigrazione i rifugiati sono spesso presentati come vittime o come persone che devono integrarsi.  Non ho mai visto un film in cui l'immigrato è totalmente integrato, in cui non c'è nessuno di questi problemi che riguardano solitamente gli immigrati che vediamo al cinema. Un altro punto importante del mio film è che non parla di immigrazione economica, ma di un'immigrazione compiuta per una scelta volontaria. Il mio protagonista ha deliberatamente scelto di lasciare la Polonia e reinventarsi in Germania, a Berlino. È come in Il rosso e il nero di Stendhal, in cui il personaggio non vuole solo appartenere all'aristocrazia, ma sinceramente ritiene di dover stare tra gli aristocratici e che non merita affatto di rimanere dove è nato. In Beyond Words, dopo aver lavorato duro per imparare il tedesco e portare a termine i suoi studi di avvocato, il personaggio principale pensa di meritare, che è suo diritto, essere trattato come un tedesco ed essere considerato come tale. Non vuole essere percepito come un immigrato. Il film si apre con le due estremità dello spettro dell'esperienza dell'immigrazione: dalla parte del tavolo, un immigrato europeo, bianco, biondo, che può confondersi facilmente in qualunque paese europeo; dall'altra, un uomo nero, che non può sfuggire alla sua diversità, perché questa rimarrà sempre evidente.

La riapparizione del tutto inaspettata del padre fa da detonatore.

Non è un film sulla relazione padre-figlio, ma questa reimmette il personaggio principale davanti al bambino che era in lui, questo bambino che è emigrato dicendosi che sarebbe diventato tanto forte che la sua nuova patria, la Germania, lo avrebbe amato, e che invece si rende presto conto che lo accetta ma non lo ama. Soprattutto, però, scopre che il solo luogo a cui appartiene è Berlino, perché ci sono persone come lui, immigrati, viaggiatori. Nel suo insieme, il film è un percorso verso una presa di coscienza.

Poeta e avvocato, rifugiato e uomo libero, capo e amico, Polonia e Germania, ecc., il film gioca molto sulla dualità e sugli antagonismi. Questo approccio ha motivato la sua scelta del bianco e nero per il suo film?

Il bianco e nero è spesso una scelta estetica, ma non in questo caso, perché corrisponde in effetti a queste opposte tematiche, a questi contrasti drammatici che nutrono tutto il film. Peraltro, in post-produzione, abbiamo anche rinforzato questi contrasti visivi. E nel girare a Berlino in bianco e nero, l'architettura dei palazzi sembra comunicare qualcosa e questo fa pensare a Albert Speer in particolare…

Qui, a Les Arcs, lei partecipa anche al Village des Coproductions con il suo progetto Stranger. Può dirci qualcosa al riguardo?

Si tratta dello stesso personaggio dell'avvocato. Comincia come una storia d'amore, prima di virare drasticamente verso il thriller con una suspense legata al senso di sicurezza, perché quando la sicurezza scompare, tutto può essere invenzione. Il film evolve allora verso il melodramma. Questa volta sarà un film a colori, sulla passione e sull'amore, dal punto di vista di una donna che ama questa specie di immigrato ultra-integrato, e sulla questione di sapere che relazione è la relazione amorosa che si può avere con una persona di cui sappiamo solo ciò che questa ci dice. Non avendo il contesto, è impossibile conoscere il suo passato, e tutto quello che racconterà sembrerà una storia inventata o un racconto. A volte, in questo caso, si preferisce addirittura raccontare quello che la gente ha voglia di sentire piuttosto che la verità... Se tutto va bene con i finanziamenti, penso di girare a Berlino nel 2019.

(Tradotto dal francese)

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