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Maciej Sobieszczański • Regista

La riconciliazione è anche un'analisi della violenza"

di 

- Maciej Sobieszczański parla del suo ambizioso film, La riconciliazione, proiettato a Trieste, e spiega perché il suo dramma sulla Seconda guerra mondiale è un racconto molto attuale

Maciej Sobieszczański  • Regista
(© Wojtek Rojek)

Nominato miglior regista al Montreal Film Festival, Maciej Sobieszczański parla del suo film ambizioso, La riconciliazione [+leggi anche:
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, in programma al Trieste Film Festival, e spiega perché il suo dramma sulla Seconda guerra mondiale è un racconto molto attuale.

Cineuropa: Nel 2015 ha co-diretto The Performer [+leggi anche:
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con Łukasz Ronduda, ambientato nel mondo dell'arte contemporanea. La riconciliazione ha un tema, uno stile e una narrazione radicalmente diversi. Riguarda tre amici: un polacco, uno slesiano e un tedesco, che si incontrano nel campo di lavoro di Zgoda proprio al termine della Seconda guerra mondiale.
Maciej Sobieszczański: The Performer era in un certo senso "una sosta" nella scrittura di La riconciliazione. Ho iniziato a lavorare al mio film nel 2007. E sì, è stato per molti aspetti un progetto difficile da realizzare, semplicemente a causa della necessaria e approfondita ricerca storica. Ma per me il cambiamento di stile e genere è importante, non vorrei mai diventare un regista che produce un solo tipo di film. Quello che mi interessa è una storia che mi seduca, che sia un'avventura e, allo stesso tempo, mi permetta di affrontare un particolare tema o processo. Per essere un regista, devi essere forte e testardo, e avere la convinzione di intraprendere una strada impegnativa. E per "convinzione" intendo un bisogno interiore, innato di comunicare con il mondo. Per me il cinema è questo: un linguaggio che uso per esprimere le mie emozioni più profonde.

In La riconciliazione scopre un capitolo poco conosciuto della storia polacca, ma si capisce che non voleva che fosse solo una cronaca.
Durante la fase di pre-produzione mi è stato chiesto più volte se stavo realizzando un film d'epoca. Non ero d'accordo, non volevo che La riconciliazione fosse considerato un film storico. Non stavo cercando di fare una specie di film da manuale su un campo di lavoro a Zgoda, quello era solo lo sfondo della mia storia. Ho fatto delle ricerche storiche molto accurate, ma ho usato solo i fatti che servivano per la mia storia. Per questo motivo, ho limitato la presenza di alcuni personaggi, come Salomon Morel, che era il comandante del campo. In altre parole La riconciliazione è un film contemporaneo, travestito da film storico. È come nelle commedie di Shakespeare: nessuno è realmente interessato al destino di Amleto o di Riccardo III, è il tema di queste storie che ci appassiona. Per me, La riconciliazione è un tentativo di capire cosa succede in Polonia in questo momento. Perché la società sia diventata così polarizzata che spesso parliamo di "due Polonie." I protagonisti del mio film sono tre amici separati dalla storia. Volevo mostrare cosa può accadere quando le persone si concentrano su ciò che le divide, piuttosto che guardare ciò che condividono e hanno in comune. La riconciliazione è anche un'analisi della violenza. È anche un argomento molto attuale, basti pensare al mobbing o al #metoo. Allo stesso tempo, questo argomento è trascurato, perché spesso discutiamo di questioni sociali, e non della violenza stessa. E la verità è che ogni azione può essere violenta, anche il sesso, che è quello che mostro nel mio film.

A proposito: l'aspetto carnale è davvero importante nel suo film. I corpi sono soggetti alla violenza, covano l'aggressività, ma sono anche capaci di dare amore. Come ha lavorato con i giovani attori: Julian Świeżewski, Zofia Wichłacz e Jakub Gierszał, che incarnavano persone nel mezzo di situazioni estreme?
Quando ho iniziato a lavorare con gli attori, ho capito che dovevo rigettare una prospettiva psicologica e assumere un atteggiamento comportamentale. Era lo strumento giusto per "aprire" i miei personaggi. Vivevano in un mondo che nessuno poteva afferrare pienamente, un mondo governato da istinti, in cui ogni tentativo di analisi intellettuale è fallimentare. Come nella scena in cui Erwin tenta di salvare Anna: pensa troppo e quindi fallisce.

Ho fatto provini a 2.500 persone e ho immediatamente rifiutato attori che facevano troppa "recitazione." So che è difficile non "recitare", perché l'ultima cosa che dovresti togliere ai tuoi attori sono gli strumenti psicologici. Ciononostante, ho chiesto al mio cast di fidarsi di me e di credere che questa semplicità di mezzi fosse effettivamente distintiva. Penso che sia anche il modo migliore per parlare di quel determinato periodo di tempo e delle persone che vivevano allora. Di solito, quando guardo Schindler's list, La scelta di Sophie o Un passeggero (Pasażerka, diretto da Andrzej Munk), e questi sono film davvero grandiosi, posso dire che c'è un sacco di "recitazione" e mi infastidisce davvero.

(Tradotto dall'inglese di Alessandra Boni)

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