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Il fascino discreto della sagrestia

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Saverio Costanzo • Regista

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Saverio Costanzo • Regista

Dopo l'exploit di Private [+leggi anche:
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con cui aveva vinto il Pardo d'Oro a Locarno nel 2004, il trentaduenne regista italiano Saverio Costanzo firma un nuovo film, In memoria di me [+leggi anche:
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, prodotto da Offside in co-produzione con Medusa Film, che lo porta nelle sale il 9 marzo in 80 copie.

Anche questa volta il tema è impegnativo: la religione e il dubbio, raffigurati attraverso il tormento spirituale di un giovane (l'attore bulgaro Hristo Jivkov) entrato da novizio in un monastero. “Con Private ho raccontato una prigionia indotta dalla guerra israelo-palestinese”, spiega Costanzo, “con questo secondo film volevo evocare una prigionia volontaria. Mi colpisce chi rinuncia alla propria libertà per cercarne un'altra, spirituale, interiore. Il monastero è una metafora straordinaria, con i suoi ritmi, i suoi silenzi”.

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Con l'aiuto della madre, teologa laureata alla Pontificia Università Gregoriana, il regista ha lavorato a lungo sul progetto, ispirato al romanzo di Furio Monicelli Lacrime impure. Ha riscritto più volte la sceneggiatura, consultando i testi del teologo Olivier Clément e del cardinale John Henry Newman e praticando per una settimana gli esercizi spirituali di scuola gesuitica, nel silenzio assoluto. "Gli esercizi spirituali di S. Ignazio di Loyola “mi hanno consentito di accorgermi di quanto cinema ci fosse in quella esperienza interiore”.

Eppure le critiche giunte dal Vaticano, attraverso le parole del portavoce Padre Lombardi, riguardano proprio il mancato realismo nella rappresentazione della vita dei novizi. “L'ultimo dei nostri problemi era proprio quello del realismo. Una fedeltà rigorosa sarebbe stata alla fine limitante, si tratta di un mondo molto complesso e articolato perché ogni ordine religioso ha le sue regole”.

Ad irritare qualcuno è stato anche il bacio omosessuale tra il novizio e il padre superiore, nonostante fosse carico di simboli. “La mia è una citazione del bacio tra Gesù e Il Grande inquisitore nei Fratelli Karamàzov di Fjodor Dostoevskij. Il padre superiore fa un discorso cinico e consapevole, parlando di un Dio debole, al quale si risponde con un bacio, un monito: non dimenticare l'amore. E la mancanza di amore è quello che viviamo quotidianamente”.

Rappresentando una comunità chiusa, dominata dalle regole, in cui si predica l'indifferenza verso le cose del mondo, In memoria di me sembrerebbe un film anti-cattolico, se non fosse per una voluta ambiguità. “Ho voluto l'attestazione della spiritualità, nella sua presenza come nella sua assenza. Una spiritualità di cui si avverte sempre più il bisogno, in un'epoca in cui più che mai c'è bisogno di credere in qualcosa. Specie in una generazione come la mia, fatta di eterni adolescenti che hanno difficoltà a fare una scelta definitiva”.

Un ruolo importante, in un film che cita Buñuel, Dreyer, Bergman e Bellocchio, è rappresentato dalle musica, in particolare quella impregnata di misticismo di Arvo Pärt, ma anche un inconsueto valzer. “Senza Chaikovsky gli spettatori non sarebbero sopravvissuti”, scherza Costanzo. "I frati pranzano con il valzer, la musica del piacere, giocando con il contrasto. Può creare spaesamento ma serve per dare l'idea dell'istituzione che entra con violenza nel tuo percorso interiore. Gli spazi vuoti li abbiamo riempiti con i rumori esterni, le sirene delle navi che sfiorano quest'isola nella laguna di Venezia. Per riempire di mondo uno spazio “fuori dal mondo”.

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