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Il lato oscuro dell'"Ikea life"

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Jens Lien • Regista

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- Con il suo secondo lungometraggio, Jens Lien infrange l'immagine della social democrazia scandinava ed il modello del benessere, usando la fantasia per esplorare liberamente il suo stile visivo

Jens Lien • Regista

Il suo sguardo assurdo e satirico alla vita quotidiana, già esplorata con lo sceneggiatore Per Schreiner e l’attore Trond Fausa Aurvåg nel corto Shut the Door, viene portato con successo nel lungometraggio The Bothersome Man [+leggi anche:
recensione
trailer
film focus
intervista: Jens Lien
intervista: Jørgen Storm Rosenberg
scheda film
]
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Cineuropa: Qual è il punto d’inizio del film?
Jens Lien: La storia è stata scritta dal mio collega Per Schreiner, con il quale lavoro da otto anni. Abbiamo girato insieme due corti, presentati in concorso a Cannes (Shut the Door nel 2000 e Natural Glasses nel 2001). The Bothersome Man ha lo stesso stile. Mi piaceva tutta la scena da incubo, in cui avrei potuto usare molti elementi drammatici, visivi e strani. Il film è basato su una piece radiofonica di Schreiner, e abbiamo dovuto modificare molte cose per rendere la storia più lunga. Quello che mi attraeva di questa vicenda era il ritratto della società scandinava, lo stile di vita Ikea, una società che cerca sempre di essere perfetta, ma perde qualcosa lungo il suo cammino.

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Come ha scelto Trond Fausa Aurvåg per il ruolo di protagonista?
Avevo già realizzato Shut the Door assieme a lui. Era perfettamente nel ruolo, e adoro il suo humour. Lo mette in tutto quello che fa con una calma piatta. Abbiamo usato delle tecniche specifiche per creare una sorta di distanza fra quello che accade ed il personaggio stesso. Gli abbiamo chiesto di inventare storie diverse per scene specifiche, per avere una sorta di luce nei suoi occhi.

È stato difficile trovare il giusto equilibrio tra commedia e tragedia, tra comicità e dramma?
No, direi di no. Ho letto la storia già così, e volevo quella sensazione statica e distante quando Andreas arriva in città, volevo che le scene violente fossero molto violente per offrire un contrasto maggiore, come se, quando le cose gli accadono, Andreas fosse in una sorta di jetlag. È tutto così grottesco che non riesce a capire cosa stia succedendo, e penso che questo contrasto renda il film ancora più spaventoso. Nella scena in cui si lancia sotto il treno, poi, rende l’idea delle emozioni contro cui si lancia, anche se lui stesso non mostra mai le sue emozioni. Si lascia andare, silenziosamente. Questa scena fa invece vedere cosa gli sta accadendo dentro. Colpendolo, colpendolo e colpendolo.

L’ambientazione (in particolare all’inizio) e la scelta dei colori funzionano perfettamente nel ricreare questo mondo di morti viventi.
C’è voluto parecchio tempo per trovare le location perfette. L’art director è stato il primo della troupe ad essere stato ingaggiato, ed è stato in giro otto mesi solo per fare foto a Oslo da prospettive diverse. Le abbiamo messe insieme per creare un universo, mettendo da parte tutte le cose viventi. Abbiamo trovato strade senza alberi, vecchi palazzi che mostravano la loro storia e nuovi edifici. La scelta dei colori è venuta fuori durante la lavorazione, ma volevo un lavoro molto stilistico, usando il linguaggio cinematografico e rendendo le immagini molto forti. In Norvegia, non abbiamo il denaro o la capacità di fare film di grande effetto visivo. Abbiamo una macchina da presa e tendiamo a seguire l’azione, ma io volevo costruirla, quell’azione. E per questo ero davvero preparato per la parte visiva e mi ci è voluto molto tempo per trovare tutti i personaggi, per dare la sensazione di una vera vita dopo la morte. Nella piece teatrale viene detto chiaramente dove si trova, ma nel film abbiamo tolto quella parte e tocca al pubblico scoprirlo. Si dice solo che è arrivato all’inferno. Ma volevo lasciare la domanda aperta. Per alcuni è solo un universo assurdo.

Ci sono dei registi che, in particolare, hanno influenzato il suo lavoro?
I fratelli Coen, ma anche David Lynch e, naturalmente, Roy Andersson.

Qual è il suo messaggio per il pubblico?
Quello che mi piaceva era il ritratto di questa società. Molte scene sono costruite sulla base della nostra vita in Norvegia. Portate all’estremo, ovviamente, ma a volte è così e ti chiedi: sono io il pazzo o loro? La gente nel film vuole avere una vita facile, e nulla li disturba.

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