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Bouli Lanners • Regista

"La nostalgia come motore della storia"

di 

- Racconto di formazione, sradicamento familiare, importanza della natura: il regista belga evoca le sue tematiche preferite nel suo terzo lungometraggio, Un'estate da giganti.

Bouli Lanners • Regista

Incontrato a Cannes qualche ora prima della proiezione del suo film Un'estate da giganti [+leggi anche:
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, che ha chiuso la Quinzaine des Réalisateurs aggiudicandosi due premi, l'attore e regista belga Bouli Lanners parla delle tematiche a lui care e che si ritrovano in questo racconto girato tra Belgio e Lussemburgo.

Cineuropa: Che intenzioni aveva nello scrivere Un'estate da giganti?
Bouli Lanners: Volevo lavorare con degli adolescenti e raccontare una storia di formazione su questi giovani che devono badare a se stessi perché non hanno altra scelta: la loro madre li ha abbandonati. Ma non volevo un film pesante in cui prevalesse la tematica sociale. Mi hanno detto che il film si colloca tra Mark Twain, Délivrance e Stand By Me. Sono molto lusingato per questi riferimenti, ma non ci ho veramente pensato, né in fase di scrittura né durante le riprese.

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E' vero che non è un cinefilo?
Non guardo molti film e non ho mai cercato di fare cinema ad ogni costo. Sono arrivato a questo media per caso e, al momento, è un mezzo che mi permette di raccontare le mie storie. Probabilmente farò altro in futuro. Non ho un piano per la mia carriera. Quanto alle influenze, è la letteratura ad avere il maggior impatto sul mio contenuto e la pittura a influenzare la mia nozione dell'immagine.

La famiglia, o meglio lo sfascio della famiglia, è un tema ricorrente della sua filmografia.
Dopo quattro corti e tre lungometraggi, mi rendo conto che è effettivamente un tema che ritorna, ma in modo inconsapevole. Nel mio prossimo film, che sto scrivendo, torna questa assenza di struttura familiare che fa sì che i personaggi siano un po' sbandati. Lo sradicamento familiare torna in modo naturale e deve essere un'ossessione per me. Penso che oggi viviamo in una società in cui la famiglia è un po' scoppiata, e per me la struttura familiare è la base di una società sana. Ho goduto di questa struttura sana quando ero bambino. Ero molto accudito, molto felice in seno alla mia famiglia. Oggi, questa struttura non c'è più perché alcuni scompaiono, altri si allontanano geograficamente e forse ho una grande nostalgia di quegli anni in cui eravamo tutti insieme. Questa nostalgia di un'epoca in cui mi sentivo totalmente protetto nella mia famiglia è senza dubbio il motore drammatico ricorrente delle mie storie.

Si ritrova anche una certa continuità negli ambienti. Ultranova [+leggi anche:
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era un film urbano, ma Un'estate da giganti prosegue l'allontanamento verso la natura inziata con Eldorado [+leggi anche:
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Vengo dalla campagna ed è più semplice per me raccontare storie che si svolgono in quel contesto. E' un processo di trasposizione. Le mie tematiche diventano più forti in quel contesto perché si accompagnano al confronto con la natura. Il nostro contesto non si presta a questo tipo di proposito e questo crea uno sfasamento che trovo interessante. La natura accresce l'universalità dei miei personaggi. Mi permette di riconcentrarmi su di loro.

E il fiume è come il filo rosso del film.
Sì, possiamo dire così. Ho abitato 18 anni su una barca e navigo sempre sui corsi d'acqua interiori. In Un'estate da giganti, il fiume ha qualcosa di materno che compensa l'assenza che provano questi adolescenti. Ha una dimensione intrauterina. L'acqua trascina e c'è qualcosa di estremamente rassicurante nel lasciarsi trasportare dal suo flusso. Per questi giovani, è anche una strada verso il viaggio. La corrente li porta verso l'orizzonte, verso ciò che c'è di meglio e infine verso la vita.

Fa i suoi sopralluoghi dopo la scrittura?
No. Scrivo mentre cerco le location e le mie scenografie influenzano la sceneggiatura. Ascolto anche molta musica mentre scrivo.

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