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Kaouther Ben Hania • Regista

“Amo i personaggi che non hanno scelta"

di 

- CANNES 2017: La regista tunisina Kaouther Ben Hania parla di Beauty and the Dogs, proiettato nella sezione Certain Regard a Cannes

Kaouther Ben Hania • Regista
(© P. Le Segretain / Getty Images / Festival de Cannes)

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, presentato nella categoria Un Certain Regard al 70° Festival di Cannes, Kaouther Ben Hania descrive in nove piani sequenza il calvario di una giovane ragazza violentata, che cerca di ottenere giustizia.

Cineuropa: Per Beauty and the Dogs si è ispirata a un fatto di cronaca accaduto nel 2012, in Tunisia. Perché ha voluto ricavarne un film?
Kaouther Ben Hania: Mi interessa molto la cronaca e trovo che sia una fonte d’ispirazione incredibile. L’episodio di cronaca in questione è un caso che ha commosso la Tunisia intera e che ha avuto una grande risonanza mediatica. Le storie di cui sento parlare possono restare in letargo nella mia testa e ingrandirsi come un nucleo che opera una moltiplicazione cellulare, prima di assumere un volto, di trasformarsi in qualche cosa di definito, ed è là che comincio a scrivere. È quello che è successo con questa storia: l’avevo seguita un po’ sui media, mi aveva colpito, provavo ammirazione per il coraggio della vittima e, poco a poco, il tutto è diventato un film.

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Perché la scelta di raccontare la storia in nove piani sequenza?
È la storia stessa ad avermelo suggerito. Presto mi sono detta che avrei dovuto girare in questo modo per seguire la protagonista. Penso che il tempo reale offerto dal piano sequenza sia uno strumento estremamente potente del cinema, perché ci immerge nell’istante presente, nella vita, nel respiro della cinepresa e del personaggio, nell’immediatezza delle cose. D’altra parte, le scenografie non erano molto affascinanti: uffici, corridoi… Quindi, mi sono detta che avrei utilizzato questa bruttezza per ricreare questa dimensione di conto alla rovescia in luoghi oppressivi, e i piani sequenza rendono molto bene tutto questo.

La protagonista vive una specie di notte kafkiana, dove tutti sembrano allearsi perché non sporga denuncia per lo stupro commesso dai poliziotti.
Mi sono informata molto per dare un aspetto realistico alla storia. Ad esempio, quando si subisce un’aggressione fisica in Tunisia, bisogna che la polizia apra un’inchiesta affinché il medico legale possa intervenire. Il ruolo di quest’ultimo è di provare l’aggressione, ma ha bisogno dell’autorizzazione della polizia a monte. Ora, la protagonista sa che la polizia non vuole riceverla, perché richiedono una prova dell’aggressione. Cerca quindi di contrastare il sistema, ma non funziona. Ogni piano sequenza la riporta al punto di partenza: “no figlia mia, non puoi farcela”. È questo sentimento di frustrazione e di ingiustizia di cui volevo dare testimonianza nel film.

All’inizio, Mariam è spinta a denunciare la violenza da Youssef, che ha degli obiettivi più militanti.
Avevo bisogno di un personaggio completamente ingenuo, che scopre di avere una forza insospettabile dentro di sé nel momento in cui è preso dallo spirito di sopravvivenza. All’inizio, a causa dello shock, bisognava che nella narrazione ci fosse qualcuno a sostenerla, quali che fossero le sue ragioni, visto che Youssef, come suggerisce la polizia, tenta forse di strumentalizzare Mariam per spirito di vendetta, avendo un conto in sospeso con le forze dell’ordine. Ma quando lui scompare, la ragazza si ritrova sola e deve lottare. Al cinema, amo i personaggi che non hanno scelta, che devono farsi forza.

È un film femminista?
É certamente un film sull’ingiustizia, sul potere e sul fatto di scoprire in sé un senso civico. È forse un film femminista, ma anche un’opera politico, senza voler essere un manifesto ideologico. La mia intenzione era di restare nell’emozione e di mostrare la rabbia, l’angoscia, quasi l’orrore.

Il film si colloca alla frontiera con il cinema di genere, con la sua tensione incessante. Fino a che punto voleva spingersi su questo terreno?
Volevo strizzare l’occhio al cinema di genere, che amo molto, ma senza realizzare un film di genere. La pellicola avrebbe potuto essere un’inchiesta poliziesca attorno a delle prove, ma in questa situazione le prove non servono assolutamente a nulla. Mi piace l’assurdità di questa situazione. Per esempio, Youssef cerca di ottenere delle immagini girate della videosorveglianza come prove, anche se i violentatori posseggono una prova molto più schiacciante, ovvero il video che hanno registrato loro stessi con il cellulare, ma anche questo non serve a niente, dal momento che la polizia deve proteggere se stessa. Pertanto, volevo solo giocare con i codici del genere poliziesco, del cinema noir e persino di quello horror, infatti c’è qualcosa che si avvicina alle pellicole horror. Lo stato psicologico della ragazza, ciò che affronta: è una lotta tra Davide e Golia.

Lei alterna documentari e opere di finzione. Vuole portare il documentario nella narrazione e viceversa?
Il mio scopo è raccontare storie. Ogni storia è unica e mi propone quasi una sua forma specifica. Nella realtà, ci sono delle storie che sono superbe così come sono e che non ho bisogno di romanzare perché diventino migliori, e allora opto per il documentario. Altre storie possono essere ibride, come nel caso del mio film precedente, Le Challat de Tunis [+leggi anche:
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, una sorta di falso documentario. Per Beauty and the Dogs, benché la storia sia ispirata a un evento di cronaca, non ho visto l’utilità di realizzare un documentario su un fatto del passato, quindi ho optato totalmente per la finzione, anche se la realtà mi interessa enormemente, anche in questo caso.

(Tradotto dal francese)

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