email print share on facebook share on twitter share on google+

Léonor Serraille • Regista

"Una porta che si apre dà una grande libertà di narrazione"

di 

- CANNES 2017: Incontro con Léonor Serraille, che ha appena portato a Cannes, nella sezione Un Certain Regard, il suo primo lungometraggio, Montparnasse femminile singolare

Léonor Serraille • Regista
(© F. Silvestre de Sacy / Festival de Cannes)

Con la sua opera prima, Montparnasse femminile singolare [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Léonor Serraille
scheda film
]
, prodotta da Blue Monday Productions e in programma nella sezione Un Certain Regard del 70° Festival di Cannes, la giovane cineasta francese Léonor Serraille mette a segno un esordio davvero notevole.

Cineuropa: Come è nata l’idea del film e questo personaggio principale femminile leggermente "borderline"?
Léonor Serraille: Ciò che il personaggio vive all’interno del film ha molti punti in comune con le cose che io stessa ho vissuto: i lavoretti, il rapporto con Parigi, l’arrivo in una grande città, dove ci si sente un po’ disorientati. Avevo voglia di rivisitare questi elementi con un personaggio che fosse il più possibile diverso da me. Sono molto introversa e volevo omaggiare quelle persone che si aprono, quelle che ad esempio si mettono tutto ad un tratto a parlarti in metropolitana, e che ho sempre trovato strane. Volevo un personaggio completamente sopra le righe, ma le cui reazioni fossero al tempo stesso abbastanza sane e normali dinnanzi alle prove più semplici che si devono affrontare quando si arriva in una città e non si hanno molti soldi. Inoltre, sono rimasta colpita da alcuni film che ritraggono donne sole e dignitose, come Claire Dolan di Lodge Kerrigan o Sue di Amos Kollek.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

In che modo si è sviluppata la trama?
Volevo che ci si affezionasse poco a poco al personaggio, che non risultasse fin da subito troppo avvincente, con in seguito un concatenamento di eventi lineare. Bisognava che il suo percorso fosse disseminato di stranezze e che lei si rivelasse progressivamente, come spogliandosi via via di una serie di strati. Per far ciò, la forma del film doveva assomigliare al suo carattere un po’ “borderline". Siccome non possiede più nulla, tutto per lei è possibile! E l’umorismo, il potere delle parole, il fatto di chiacchierare con qualcuno in metropolitana, possono diventare occasioni potenti, quando non si ha più niente o quasi. Dal punto di vista dell’immaginazione e del linguaggio, le possibilità che emergono quando non si ha più una lira, sono come una porta che si apre su una grande libertà narrativa e della protagonista. Per quest’ultima, ci sarà forse qualcosa di storto, ma, al tempo stesso, qualcosa di nuovo si costruisce grazie a ciò che prende dagli altri e grazie al conforto che riesce a trovare. Nel film doveva descrivere il passaggio dall’essere a pezzi alla solidità. La scrittura della storia è quindi stata pensata per ellissi, in modo che il personaggio agisse in maniera non scontata, con i suoi colloqui dai risultati alterni, con i suoi piccoli lavori, ecc. Doveva essere insomma il personaggio, che non si ferma mai e continua a cercarsi, a guidare il film nelle sue diverse tonalità.

Una parola sull’attrice protagonista, Laetitia Dosch?
É lei che sostiene tutto il film, letteralmente. Non ho scritto pensando ad un’attrice in particolare, visto che si tratta della sceneggiatura per la mia laurea a La Fémis. Ho scoperto Laetitia in La Bataille de Solférino [+leggi anche:
recensione
trailer
scheda film
]
e avevo l’impressione di non aver mai visto un’interprete come lei nel cinema francese. In seguito, ho assistito ai suoi spettacoli “one-woman-shows". Quando l’ho incontrata, mi ha conquistata, c’erano delle somiglianze molto forti tra la sua personalità e quella del personaggio che avevo creato. Avevo la sensazione che avesse tutte le carte in regola per interpretarlo e che avrebbe anche proposto molte idee. Aveva voglia di lavorare sul copione e ha improvvisato molto. Da parte mia, avevo bisogno di qualcuno di attivo, di una persona diretta che arrivasse a mettere in discussione il copione. Ha dato moltissimo al film. Bisognava possedere diverse sfaccettature affinché Paula potesse esprimere tutte le sue, e Laetitia ha questa capacità: può essere infantile, adolescente, femme fatale. Non capisco davvero per quale motivo non la si veda di più al cinema, è un’attrice incredibile.

Cosa può dirci sul ritmo del film?
Ci siamo focalizzati al massimo sulla protagonista, sia durante la riscrittura della sceneggiatura, sia durante le riprese e soprattutto in fase di montaggio. Talvolta, abbiamo sconvolto le linee guida della regia. Avevo girato molte scene in piano sequenza, quindi abbiamo potuto rimaneggiare il materiale con grande libertà. La sceneggiatura originaria seguiva molto di più l’andamento cronologico, ma abbiamo evitato questo scoglio lavorando molto sulle ellissi e sui modi per far sì che fosse il personaggio a scandire il tempo della narrazione.

L’obiettivo di fondo era ritrarre la solitudine urbana?
L’idea era di realizzare un ritratto, ma di lasciare respirare al suo interno, attraverso dei ritratti incastonati gli uni negli altri, altri personaggi, ognuno dei quali dà qualcosa, degli elementi accennati di satira o di critica. Occorreva variare ma essere concreti, come accade a Paula e come quando avviene se si è soli in una grande città. Ma questi elementi di critica sociale dovevano restare in filigrana. Non era mia intenzione denunciare determinate situazioni, ma solo renderle visibili.

(Tradotto dal francese)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche