email print share on facebook share on twitter share on google+

Laurent Cantet • Regista

"Un quadro di riflessione in comune per comprendere la visione dei giovani"

di 

- Incontro con il cineasta francese Laurent Cantet per discutere di L’Atelier, presentato a Cannes, a Un Certain Regard, e che arriva l’11 ottobre nei cinema francesi

Laurent Cantet • Regista
(© E. Piermont / FDC)

Cineuropa ha incontrato a Cannes Laurent Cantet, vincitore della Palma d’Oro 2008 (con La classe [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Carole Scotta
intervista: Laurent Cantet
scheda film
]
) per parlare del suo nuovo film, L’Atelier [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Laurent Cantet
scheda film
]
, presentato a Un Certain Regard. Lo sceneggiatore-regista descrive il suo metodo e lo slancio che lo guida, e il suo interesse per la giovane generazione e le sue griglie di lettura. Parla anche del personaggio centrale di Antoine e delle grandi sfide del suo film, che è distribuito questo mercoledì 11 ottobre nelle sale francesi da Diaphana.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Cineuropa: Come è nato lo spunto di questa sceneggiatura estremamente ricca e forte che non cala mai (scritta con Robin Campillo, anche co-sceneggiatore di La classe)? E il personaggio inquietante che emerge?
Laurent Cantet
: L’intenzione era di provare a tracciare il quadro di questa generazione che oggi ha 20-25 anni e si trova a confrontarsi con un mondo molto più complesso di prima, più violento, che le lascia poco spazio per esistere. L’idea dell’atelier di scrittura permetteva di fornire a questi giovani un quadro di riflessione comune e di lavoro. In tutti i miei film è così : mi piace partire da un microcosmo che diventa un’immagine in scala della nostra società e poi, progressivamente, che emergano degli individui davanti a questo sguardo documentario che all’inizio volgo sulle cose, e che questi ci portino poco a poco verso la finzione. Credo inoltre che qui l’aspetto romanzesco sia molto più sviluppato rispetto ai miei film precedenti. Spero che si abbia paura davanti a questo film, che siamo davvero riusciti a dargli degli accenti da thriller – le reazioni a Cannes dicono di sì, la gente mi ha detto di aver provato terrore in certi momenti.

Mi interessava anche poter lavorare di nuovo con un gruppo di giovani, perché hanno un mucchio di cose da dirci su ciò che sono, che spesso contraddicono i pregiudizi e dimostrano che c’è molto più impegno e complessità nel loro modo di pensare. Mi sembrava interessante guardare come si articola il loro mondo, tra la loro cerchia di amici e quest’altro rapporto con il mondo che hanno attraverso Internet e tutti quei mezzi di comunicazione che utilizzano assiduamente.

L’idea era quindi di descrivere quel momento della nostra storia, con ciò che può avere di angosciante, perché è vero che i giovani si confrontano con un mondo violento.

Al di là del poliziesco che i giovani elaborano all’interno del laboratorio, si potrebbe dire che cerchino di sbrogliare un altro omicidio, metaforico in questo caso: di certi valori e certi riferimenti.
Il film cerca infatti di fare il punto su questa frattura che esiste oggi tra il mondo dei "vecchi" di cui faccio purtroppo parte, che ha un modo di pensare il mondo molto più referenziato del loro – o comunque con riferimenti diversi (quello della cultura operaia non esiste più, ad esempio). La Storia, per loro, comincia ieri. La nostra gli pare talmente vecchia che non vogliono rapportarcisi per analizzare il mondo di oggi. La loro griglia di lettura è differente. Erano quelle griglie che volevo mettere in evidenza, attraverso le discussioni condotte in laboratorio, ma anche attraverso una diversità di immagini (internet, archivi, videogiochi...) che si scontrano tra loro – e che per me, rendendo conto del modo in cui lo si rappresenta, sottolineano la violenza del nostro rapporto col mondo.

Il personaggio di Antoine che emerge a metà percorso e ci prende alla sprovvista, così come la professoressa del film (Marina Foïs), è abitato da un vuoto.
Questo personaggio è per me l’immagine dell’erranza a tutti i livelli: la sua vita quotidiana è inattiva, si lascia trascinare dagli altri... E allo stesso tempo, ha una violenza trattenuta, e questo lavoro di scrittura del romanzo poliziesco, che effettivamente richiede di evocare quella violenza, apre di colpo le valvole, lo porta a interrogarsi sulla legittimità di tale violenza, anche sulla sua possibilità, ed è vero che diventa sempre più inquietante. Tuttavia, da parte mia, ho più paura per lui che di lui. Era anche una sfida del film: creare un personaggio che fosse al contempo inaccettabile e seducente. Penso che come la prof, lo spettatore provi allo stesso tempo sfiducia e interesse mischiati al desiderio per questo giovane uomo, e che abbia l’impressione di doverlo salvare. 

(Tradotto dal francese)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche