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SIVIGLIA 2017 Concorso

Carlos Marques-Marcet • Regista

"Come facciamo oggi a costruire un ‘noi’?"

di 

- Tierra firme ha inaugurato il 14° Festival di Siviglia: è il secondo film dello spagnolo Carlos Marques-Marcet, cha ha avuto un grande successo con la sua opera prima, 10.000 km

Carlos Marques-Marcet  • Regista
(© Óscar Romero / SEFF)

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è una coproduzione tra Spagna e Gran Bretagna, girata nei canali di Londra e con un trio protagonista che sprigiona una grande chimica: Oona Chaplin, Natalia Tena e David Verdaguer; gli ultimi due erano già interpreti di 10.000 km [+leggi anche:
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, applaudito debutto (e vincitore del Goya del miglior regista esordiente 2014) di Carlos Marques-Marcet, che con il suo secondo film ha inaugurato la sezione ufficiale del 14º Festival del Cinema Europeo di Siviglia. Abbiamo parlato con il regista nella città andalusa.

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Cineuropa: E’ stato difficile metter su il film dopo il successo del suo primo lungometraggio?
Carlos Marques-Marcet: Sì, un po’, perché abbiamo girato molto per il casting e abbiamo lavorato sodo al montaggio per nove mesi, anche se ho girato solo le scene che c’erano nello script di 110 pagine. Ho lavorato come montatore e non mi era mai successo questo: avevo un film di tre ore e non sapevamo cosa tagliare, perché avevamo tre personaggi centrali e non volevamo rubare la scena a nessuno, quindi abbiamo limato un po’ ognuno di loro fino a quando non siamo arrivati a questa misura in cui, senza perdere nulla, abbiamo condensato il film al massimo. Il finanziamento è andato bene grazie al successo di 10.000 km: le televisioni ci hanno aiutato, ma essendo questo un progetto più ambizioso del precedente film, avevamo di più l’acqua alla gola. Alla fine, però, tutto è andato bene, anche se la produzione è stata più complicata.

In quel primo film, come indica il titolo, le distanze erano importanti; ci sono anche in Tierra firme e gli spazi sono determinanti nella trama.
Il cinema alla fine è questo: persone e luoghi, non c’è molto altro. Mi interessa come questo spazio ci segni, in tutte le sue varianti: come attraversiamo questi spazi e si creano le distanze. Qui i personaggi sono stipati su una barca e poi escono fuori: sono stato per un periodo su una barca per ispirarmi e ho visto che logisticamente è complicato. La gente vive così perché è più economico e ti deve piacere questo stile di vita, ovviamente: hai la sensazione di vivere per strada, con un interno che non è mai troppo chiuso e un esterno molto presente.

I rapporti personali occupano un’altra volta il centro del suo lavoro.
Non penso di trascorrere tutta la mia vita a fare questo genere di film, ma in questo momento mi pongo delle questioni: come condividere la vita con qualcuno oggi, in un mondo in cui si dà tanta importanza alla realizzazione personale e alla ricerca di se stessi, esaltando sempre l’io... Come si costruisce un ‘noi’? È un problema che mi pongo costantemente, è il filo tematico che seguo.

Tratta anche del modello familiare, qualcosa che non ha regole...
Sì, sono cresciuto in un mondo in cui molti dei miei amici erano figli di genitori separati: poi c’è stato il fidanzato della mamma che conviveva con loro. Sono subentrate figure nuove e i ruoli andavano creati.

Perché ha ambientato il film nei canali di Londra?
Mi interessava molto mettere in relazione le persone con il paesaggio, che ci fosse un trasferimento emozionale tra i due. Mi interessava salvare ciò che rimaneva dell'era industriale: una mega opera costruita in tutta l'Inghilterra che, dopo quarant'anni, era obsoleta perché è arrivato il treno. Mi piaceva come la gente vive in quei resti dell'era industriale, ai margini. Ci dice molto del mondo in cui viviamo.

(Tradotto dallo spagnolo)

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