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Daniel Ribas • Regista, Porto/Post/Doc

"Gli archivi contengono un materiale estremamente ricco che ci permette di riscrivere la storia"

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- Il regista Daniel Ribas parla a Cineuropa dell’importanza degli archivi e della memoria in occasione della 4a edizione del Porto/Post/Doc che terminerà il 3 dicembre

Daniel Ribas  • Regista, Porto/Post/Doc
(© Renato Cruz Santos)

Il regista Daniel Ribas parla a Cineuropa dell’importanza degli archivi e della memoria in occasione della 4a edizione del Porto/Post/Doc che terminerà il 3 dicembre

Il Festival Port/Post/Doc: Film & Media ritorna dal 27 al 3 dicembre, celebrando quattro anni di diffusione di documentari – in varie forme, con contenuto ibrido e su temi impegnativi – nella seconda città più grande del Portogallo. Cineuropa ha raggiunto il regista Daniel Ribas per scoprire che cosa ha in serbo quest’anno.

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Cineuropa: Il Porto/Post/Doc è al suo quarto compleanno. Come si colloca il festival in un contesto sociopolitico che sembra più ricettivo nei confronti dei progetti culturali rispetto agli anni precedenti?
Daniel Ribas:
Nel 2014, il festival è nato dal bisogno di riportare il cinema nel cuore di Porto, un bisogno che nel frattempo è stato confermato. Per molti anni, la gente ha assistito ai film nelle sale dei grandi centri commerciali, dimenticandosi delle piccole realtà dei quartieri. Per questa ragione abbiamo creato un programma a cadenza mensile, parallelo al festival, che abbiamo provocatoriamente chiamato ““Há Filmes na Baixa!” (“Ci sono film nel centro storico!”). Quattro anni dopo, crediamo proprio che ne sia valsa la pena. Abbiamo assistito a un grande ritorno di giovani e meno giovani nelle sale del centro storico. Le nostre proiezioni, realizzate a cadenza regolare, sono diventate un evento importante e hanno fidelizzato il pubblico. Per quanto riguarda il festival, la crescita è stata duratura e sostenibile economicamente. Le presenze sono raddoppiate rispetto alla prima edizione. Nel 2016, abbiamo ospitato 12.000 persone. Ovviamente, tutto è stato possibile grazie al sostegno delle autorità locali e alla presenza di sponsor privati che hanno reso il festival finanziariamente sostenibile. Il Comune di Porto è un partner strategico mentre Vinhos Verdes è il nostro principale sponsor privato.

Perché è stato scelto il tema “Archivi e Memoria” per quest’anno? Quali sono i temi principali?
Il cinema ha ormai più di cento anni. Le immagini riprese in questo arco temporale occupano una grande quantità di spazio negli archivi familiari e istituzionali. Un materiale estremamente ricco che ci permette di riscrivere la storia. Questo è l’aspetto degli archivi sul quale vogliamo concentrare la nostra attenzione: vogliamo sottolineare come l’utilizzo di questo “materiale ritrovato” sia stato fondamentale per i documentari contemporanei. Lo scorrere del tempo e tutte le trasformazioni sociali legate a esso ci fanno capire che cosa sta succedendo oggi. Inoltre, un festival rappresenta un modo per dare uno spazio importante alla memoria. Sta a noi mettere determinati registi sotto i riflettori, come il regista e antropologo francese Jean Rouch, nato 100 anni fa, i cui film sono stati di recente restaurati in digitale. La retrospettiva incentrata su Rouch rivela film che sono pietre miliari della storia del cinema. Tra l’altro, si tratta di film che sono fortemente collegati alla filosofia del Porto/Post/Doc: si prendono dei rischi e si sfidano gli schemi predefiniti”.

Quanto spazio avete dedicato alle produzioni europee quest’anno?
Per noi, è di particolare importanza garantire la presenza del cinema europeo in quanto fa parte del nostro universo di riferimenti: il cinema d’autore ha molto da offrire. In questo contesto, posso citare l’esempio del regista ceco Miroslav Janek. Dopo aver proiettato il lavoro di Jana Ševčíková nel 2016, continuiamo a focalizzare la nostra attenzione sul cinema della Repubblica Ceca, dando spazio a un cineasta che si è impegnato a far luce sulla vita delle comunità disprezzate, permettendo loro di avere visibilità. Un’opera poetica e impegnata alla stesso tempo. Ci concentriamo anche sul cinema svizzero. Peter Mettler lavora in maniera particolare: ha uno stile da saggista e i suoi film colpiscono dal punto di vista estetico. Oltre a questo, Franz Traichler, degli The Young Gods, presenterà una performance audiovisiva insieme a Mettler. Un modo per aprirci a nuove forme espressive.

Il vostro è un festival “del reale” con uno sguardo alla finzione. Ma perché aprire il festival con film completamente di finzione? Due esempi sono il film di apertura, L’inganno di Sofia Coppola e l’eccellente retrospettiva dei film del duo portoghese André Santos e Marco Leão.
La definizione “festival del reale” è provocatoria. La realtà è piena di contraddizioni e il cinema è il risultato ultimo di questa ambivalenza. In un mondo pieno di immagini e fake news, proporre la realtà significa promuovere film che siano segnati dai capricci di un mondo che cambia. Quindi, non è di fondamentale importanza che il film sia un documentario e non sia di finzione, è più importante che il film sia portatore di una verità relativa alla realtà che rappresenta e che permetta di scoprire la nostra umanità. Crediamo che sia questo il “reale” che si trova nei film di Coppola, che a volte sono di ambientazione storica ma con tematiche attuali, e nella retrospettiva su Santos e Leão. I loro film hanno una forza interna che rende la finzione uno strumento per avvicinarsi alla realtà di personaggi umani e intensi.

(Tradotto dall'inglese di Michael Traman)

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