email print share on facebook share on twitter share on google+

CANNES 2018 Quinzaine des Réalisateurs

Guillaume Nicloux • Regista

"Ciò che mi interessa è la ricerca e l’esperienza"

di 

- CANNES 2018: Guillaume Nicloux parla di Les Confins du Monde, presentato alla 50a Quinzaine des Réalisateurs, che si immerge nella giungla indocinese

Guillaume Nicloux • Regista

Guillaume Nicloux ha presentato alla 50a Quinzaine des réalisateurs del 71° Festival di Cannes Les Confins du Monde [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Guillaume Nicloux
scheda film
]
, un’immersione nella giungla indocinese nel 1945 con un film di guerra ipnotico nel cuore del conflitto interiore tra la vita e la morte. 

Cineuropa: Perché ha deciso di dedicare il film alla guerra d’Indocina, in particolare a un periodo specifico del conflitto che non era stato mai trattato al cinema?
Guillaume Nicloux: E’ stata Sylvia Pialat a parlarmi di questa data del 9 marzo 1945 che mi era totalmente sconosciuta, ossia il massacro da parte dei giapponesi di diverse guarnigioni francesi nel momento in cui de Gaulle voleva recuperare le colonie. Ero molto incuriosito da questo fatto storico, specialmente da un personaggio chiamato Vandenberghe che fu il primo ad adottare una tecnica di combattimento che era quella usata dai Viet Minh: senza regole. Ho avuto la possibilità di parlare con qualcuno che lo conosceva e che è uscito con lui durante le missioni notturne: Raoul Coutard che è stato il mio capo operatore per tre film. Questo mi ha permesso di avere una prospettiva diversa rispetto ai racconti storici che decantano la storia ufficiale ma che spesso hanno un’altra faccia, quella dell'avventura umana vissuta dalle persone che erano lì. La miscela di queste due fonti mi ha permesso di gettare una base, di immaginare questa guerra e di immergere il protagonista in un conflitto tra vendetta e passione amorosa.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Anche il luogo, in questo caso la giungla, la attirava, come quei luoghi fuori dal comune in cui si iscrivevano i suoi film precedenti?
La geografia e il concetto di confinamento, anche in un ambiente naturale, agiscono enormemente sul mio modo di articolare un racconto e anche sul catalizzatore di emozioni che questo crea al momento della scrittura e ovviamente al momento, che è ancora di più pregnante, in cui creiamo il film, in cui mettiamo in scena, confrontiamo il personaggio con il suo ambiente. In retrospettiva, mi dico che La religiosa [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Guillaume Nicloux
scheda film
]
, L’enlèvement de Michel Houellebecq [+leggi anche:
recensione
trailer
scheda film
]
, Valley of Love [+leggi anche:
recensione
trailer
scheda film
]
, The End [+leggi anche:
recensione
trailer
scheda film
]
e Les Confins du Monde [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Guillaume Nicloux
scheda film
]
sono condizionati da una forma di prigionia in cui cerco di trovare una libertà, ma questa è inizialmente oscurata da questo vincolo, che si tratti della giungla, di una guarnigione, del deserto, del convento, di una casa... Come se questi film appartenessero a un ciclo che è una sorta di introspezione in cui si mescolano finzione e documentario. Lì, con la giungla e la guarnigione, siamo in un principio di reclusione in cui la geografia e il clima ti costringono a guardarti dentro. Penso che per un detenuto esista anche questo principio di accettazione se si vuole sopravvivere in un ambiente chiuso. Sono sempre stato affascinato dalle persone che scrivono in cella come Jean Genet, Edith Stein: c'è una forma di denudamento e di confronto con i propri demoni. Ed è anche l'accettazione del fatto che non si è soli dentro se stessi. La giungla è un luogo in cui ci troviamo di fronte a qualcosa di essenziale e vitale, soprattutto in tempo di guerra. Da tutte le storie che ho potuto raccogliere, ho l'impressione che le persone non siano mai vive come quando sono vicine alla morte. Per un soldato, c'è una forma di intensità che riemerge. Ma è una guerra che ho cercato di reinventare a modo mio per offrire al pubblico un viaggio che non corrisponde a una verità storica di cui mi sono liberato molto rapidamente, anche se mi ci sono immerso per raccogliere storie e impressioni visive.

Les Confins du Monde tratta al contempo del conflitto esterno della guerra e del conflitto interiore dell’uomo.
Cerco di esplorare queste zone di combattimento interiori. È una forma di introspezione che si mescola all'impulso di raccontare storie, ed è un altro modo di parlare di noi stessi, di ciò che ci ossessiona.

Lei filma la guerra in modo minimalista, ipnotico, talvolta onirico, ma anche sotto gli aspetti più crudi della vita di soldato. Perché questa combinazione?
Cerco di pianificare il meno possibile in modo che, quando creo, rimango alla ricerca. Ciò che mi interessa è la ricerca e l'esperienza. Mi piace essere aperto alle possibilità, trovare una forma giusta per soddisfare il nostro desiderio più profondo di catturare quel momento, cercare di ottenere quella falsa verità perché, in definitiva, il cinema è questo: proviamo a mentire il più sinceramente possibile.

(Tradotto dal francese)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche