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CANNES 2018 Quinzaine des Réalisateurs

Philippe Faucon • Regista

“Provocare qualcosa di autentico, di giusto, di vero”

di 

- CANNES 2018: Philippe Faucon ci parla del suo 10° lungometraggio Amin, ammirato alla 50esima edizione della Quinzaine des Réalisateurs del 71esimo Festival di Cannes

Philippe Faucon • Regista
Philippe Faucon durante le riprese di Amin

Di nuovo alla Quinzaine des réalisateurs del Festival di Cannes due anni dopo aver presentato Fatima [+leggi anche:
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intervista: Philippe Faucon
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, il regista francese Philippe Faucon, fedele ai suoi valori di semplicità e verità, parla dell’origine del suo nuovo film, Amin [+leggi anche:
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intervista: Philippe Faucon
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. Un film limpido su un senegalese che lavora in Francia senza la sua famiglia.

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Cineuropa: Perché ha scelto questo nuovo angolo per continuare a trattare il tema dell’ immigrazione che caratterizza tutta la sua cinematografia?
Philippe Faucon: E’ un tema che è stato portato da Yasmina Nini-Faucon, una storia che fa parte del suo romanzo familiare. Parlandone con lei e con gli altri amici che, come noi, sono nati da genitori o da nonni venuti in Francia senza essere francesi né parlare francese, ci siamo resi conto che la storia che racconta il film era ricorrente, quasi inerente alle diverse immigrazioni che si sono verificate, per esempio negli anni ’60 l’immigrazione italiana o negli anni ’70 quella magrebina. E’ successo che alcuni migranti, durante i periodi di separazione, abbiano avuto qualche storiella, rapporti duraturi o passeggeri, e a volte dei bambini nello stesso paese in cui lavoravano. Quindi ci siamo detti che era un dato essenziale, vitale di questa condizione e che doveva essere raccontato. Nello specifico raccontava l’esilio, la separazione. Ci siamo chiesti come andassero le cose oggi, e adesso tale situazione riguarda piuttosto l’immigrazione subsahariana, soprattutto paesi come il Mali, il Senegal, la Mauritania, uomini che si ritrovano negli ostelli, uomini che conducono una vita in solitudine.

Come ha affrontato la parte senegalese per evitare il folclore locale?
Ci siamo interessati a quello che c’era dietro la cartolina. Si trattava di raccontare l’umano, la separazione, l’esilio, questo dolore sordo, lancinante, che spesso non ha i mezzi per esprimersi, poiché queste persone non hanno la parola, la portano dentro di sé attraverso i loro sguardi fissi, espressioni che sono molto più forti delle parole, di questa parola vietata. Abbiamo provato a dar vita a degli stili di vita, a dei personaggi, senza cadere nel déjà vu, incontrando persone che vivono ancora oggi questa condizione, prima degli uomini soli, dei lavoratori, che vivono nell’ostello e successivamente, al momento delle visite, ci sono delle mogli che attendono i loro mariti nel loro paese d’origine le quali crescono da sole i figli.

La famiglia è un’altra tematica importante del film, quella di Amin, ma anche quella di Gabrielle, la francese con la quale ha una relazione.
Infatti tutto il film ruota intorno alla famiglia divisa, separata, in entrambi i casi e per diversi motivi. Ed è ciò che è raccontato con tutti i personaggi coinvolti nel percorso di Amin: le persone che restano nel paese da cui proviene e coloro che incontra nell’altro, nel quale è stato obbligato ad andare per cercare lavoro.  Attorno a lui, ci sono anche altri personaggi che si trovano nella stessa situazione, con un’età diversa e su altri livelli, come Abdelaziz che è più giovane, che ha lasciato una moglie e i figli in Marocco e che ha avuto altri figli in Francia, e che da un po’ vive questa tortura. Quanto ad Amin e Gabrielle, è la storia di due persone sole che s’incontrano, che vivono un momento che probabilmente non è destinato a durare ma che trasmette qualcosa ad entrambi.

Qual è il suo metodo di mise-en-scène per raggiungere un grado di semplicità così sottile?
Ho la tendenza in effetti a lavorare sulla purezza, sulla concisione e con una certa semplicità. E pensavo che, soprattutto per questa storia, le cose dovessero essere raccontate in questo modo. Ma la semplicità è la cosa più difficile da trovare, e ciò non vuol dire banalità di forma o assenza di forma. E’ un lavoro e questo si riflette. Dovevamo provare a identificare l’essenziale e mettere gli interpreti al centro, cercando insieme a loro la scintilla di ciò che donasse vita ai personaggi e alle scene, creare qualcosa di autentico, di giusto, di vero, che fosse un vero impegno personale da parte dell’attore. Ma non è del tutto semplice, soprattutto quando si tratta di attori non professionisti.

Il suo film è anche una rappresentazione di una Francia che potrebbe essere facilmente caricaturata.
Si, mostrare una Francia sconosciuta, che non è troppo presente sugli schermi e che a causa della sua scarsa conoscenza spesso è caricaturata o stigmatizzata. 

(Tradotto di Francesca Miriam Chiara Leonardi)

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