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Damiano e Fabio D’Innocenzo • Registi

“Volevamo imparare dai più bravi”

di 

- I fratelli D’Innocenzo ci parlano del loro film d’esordio, La terra dell’abbastanza e del loro prossimo progetto selezionato al lab del Sundance Institute

Damiano e Fabio D’Innocenzo • Registi

Nuova, lanciatissima coppia di fratelli del cinema italiano, i gemelli Damiano e Fabio D’Innocenzo approdano in sala (il 7 giugno con Adler) con il loro primo film, La terra dell’abbastanza [+leggi anche:
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, lanciato in prima mondiale all’ultimo Festival di Berlino e ora candidato a tre Nastri d’argento, tra cui quello del miglior esordio.

Cineuropa: Dal debutto a Berlino alle candidature ai Nastri d’argento annunciate ieri. Come avete vissuto gli ultimi tre mesi?
Damiano D’Innocenzo: Tra tour promozionali e la scrittura del nostro nuovo film. Proprio oggi abbiamo saputo che il progetto è stato selezionato dal Sundance Institute per un workshop che ogni anno riunisce gli autori più interessanti d’Europa. Abbiamo scritto la sceneggiatura, le riprese cominceranno a gennaio. Sarà un western d’epoca al femminile, precisamente con sei donne e cinque uomini, ambientato nell’800, un film completamente diverso da La terra dell’abbastanza. Gli accostamenti che sono stati fatti per questo nostro primo film sono meravigliosi, ma non vogliamo passare per registi pasoliniani. A sostenerci saranno sempre Pepito Produzioni e Rai Cinema, il budget sarà di gran lunga superiore, si parleranno dialetti diversi e quanto agli interpreti, mischieremo nomi noti e non.

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Non avete mai frequentato scuole di cinema, prima di questo lungometraggio non avevate mai girato neanche un corto. La terra dell’abbastanza, però, è tutt’altro che un film da dilettanti. Come ci siete riusciti?
Fabio D’Innocenzo:
Abbiamo visto molti film nella nostra vita, i maestri sono stati tanti. Siamo passati ovviamente per diverse fasi, ma cronologicamente direi: Gus Van Sunt, Takeshi Kitano, John Cassavetes, John Ford, Billy Wilder, Chantal Akerman. Tra gli italiani Matteo Garrone, Ermanno Olmi, Pietro Germi, Nico D’Alessandria. Però non credo che nel nostro film si rintraccino queste influenze. Le nostre influenze sul set erano più di natura letteraria o artistico-figurativa, come pittura e fotografia, in particolare Nan Goldin, Francis Bacon…
D. D’I.: E poi ci siamo circondati di grandi capireparto. Spesso per un’opera prima i produttori ti dicono che è meglio lavorare con persone che crescano con te. Ma noi volevamo imparare dai più bravi. Fotografia, montaggio, scenografia, costumi… abbiamo scelto i nostri preferiti. Come abbiamo fatto a convincerli? Gli abbiamo fatto leggere la sceneggiatura, e li abbiamo abbracciati, come si fa con qualcuno che ami.

Il vostro film rientra in un filone molto prolifico del cinema italiano attuale, quello del cosiddetto neo-neorealismo, incentrato su storie di periferia e criminalità. Voi però, rispetto ad altri, non spettacolarizzate il crimine, di sangue se ne vede poco. Perché questa scelta?
D. D’I.: Ci piace l’idea della reticenza come mezzo drammaturgico. Come il coro del teatro greco, è lontano, non lo vedi, ma sai che c’è. Dà molta suspense e soprattutto una poetica diversa. Se hai una storia che funziona è importante non complicarla, non serve spettacolarizzare, è la storia a scegliere i propri ingredienti. Sapevamo di essere accostati ad altri film di questo filone neo-neorealista, e direi forse anche un po’ modaiolo. Noi abbiamo scritto questo film sei anni fa, poi arrivò Non essere cattivo [+leggi anche:
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e ci rallentò molto nel processo produttivo, perché l’associazione era immediata. La differenza rispetto ad altri film, forse, è che abbiamo un rigore estremo, proveniamo dal disegno e dalla fotografia, avevamo già un nostro codice benché non avessimo mai fatto corti o altro.

A proposito di Matteo Garrone, avete raccontato di averlo incontrato per caso al ristorante, di esservi “incollati” a lui, e di aver successivamente avuto l’opportunità di affiancarlo nella preparazione di Dogman [+leggi anche:
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intervista: Matteo Garrone
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. Che cosa avete imparato da questa esperienza?

F. D’I.: Abbiamo imparato che il cinema è un’arte estremamente materica e artigianale. L’audiovisivo è fatto di immagini e suoni, il modo in cui li usi può essere misterioso, conturbante e astratto, ma sono pur sempre elementi molto chiari. Matteo ci ha insegnato anche a vedere le cose come le vede un produttore, ha una forma mentis concreta. Ci ha insegnato poi a lavorare sulla scrittura, in una modalità completamente differente dalla nostra: noi scriviamo un copione in due settimane massimo, di getto, mentre Matteo scaletta tutto il film dall’inizio alla fine, ancor prima di scriverlo. Siamo stati dentro quel processo come collaboratori al copione, per noi è stato un training. L’obiettivo era imparare da uno dei migliori autori italiani contemporanei.

La terra dell’abbastanza esce il 7 giugno in Italia. Quali sono le sue prossime tappe, anche internazionali?
D. D’I.: Delle vendite internazionali si occupa The Match Factory, quindi siamo in buonissime mani. Il film è stato già venduto in tante parti del mondo, dalla Cina alla Francia, passando per i Paesi Bassi; nei prossimi giorni saremo a New York (nell'ambito di Open Roads: New Italian Cinema, ndr), in America è in corso una trattativa per un remake.
F. D’I.: Quello che più colpisce all’estero sono gli attori. Hanno detto che sembra che improvvisino, che è il complimento più grande che si possa fare a un interprete, mentre invece qui è tutto scritto. Noi pensiamo che l’improvvisazione sia indice di pigrizia da parte del regista, perché significa delegare la responsabilità artistica all’attore. E’ un approccio sfilacciato, può venir bene o venir male: una cosa che non fa per noi.

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