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LOCARNO 2018

Carlo Chatrian • Direttore artistico, Locarno Festival

"Locarno è sempre stato molto libero, forse più libero di altri nell'accogliere nuove proposte"

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- Cineuropa ha incontrato Carlo Chatrian, direttore artistico del Locarno Festival per discutere della 71esima edizione ormai alle porte

Carlo Chatrian • Direttore artistico, Locarno Festival
(© Locarno Festival / Marco Abram)

Cineuropa ha incontrato Carlo Chatrian, direttore artistico del Locarno Festival per discutere della 71esima edizione ormai alle porte, delle novità e della forza di un festival che si vuole aperto alle novità e al cinema indipendente.

Cineuropa: Quali sono il filo conduttore e le novità di questa 71esima edizione del Locarno Festival?
Carlo Chatrian
: La 71esima edizione del Locarno festival presenta alcune novità, penso in particolare al film che aprirà la programmazione della Piazza Grande (Liberty di Leo McCarey). E un film di per sé non nuovo perché è uscito nelle sale nel 1928 ma è la prima volta che in Piazza Grande faremo vedere un film con un accompagnamento musicale dal vivo. Il film è legato alla nostra retrospettiva ed è “una comica”, come venivano chiamati all’epoca questi film. I protagonisti sono due personaggi che penso tutti conoscano, due straordinari attori, Stanlio e Ollio. Questo è un primo elemento di novità, che già evidenzia il filo conduttore della programmazione di quest’anno, per lo meno della Piazza Grande. Una programmazione all’insegna della commedia, del ridere. Un’altra novità riguarda invece la prima serie televisiva proiettata in Piazza Grande, Coincoin et les z’inhumains di Bruno Dumont, un film all’insegna di un comico molto diverso, surreale, un po’ grottesco, arricchito da uno sguardo disincantato sul mondo. Questa è sicuramente una delle porte d’ingresso alla 71esima edizione.

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A partire dal 2019 sarà alla testa della Berlinale, che impronta pensa di aver lasciato a Locarno e come spera il festival evolverà?
Inizierò il lavoro alla Berlinale nel 2019 ma la mia prima edizione sarà nel 2020. Adesso come adesso sono totalmente focalizzato su Locarno e non riesco ad avere uno sguardo retrospettivo, preferisco non averlo. Mi risulta difficile dire cosa ho lasciato al festival, questo lo direte voi. Spero di aver portato avanti il festival seguendo una line che era già stata tracciata. Una line che si impegna a dare voce al cinema indipendente, d’autore, a delle proposte sorprendenti. Penso che quest’anno nel programma ce ne siano diverse, quelle citate e il fatto che proietteremo in concorso il film più lungo della storia del festival (La flor di Mariano Llinás). Il Locarno Festival è sempre stato molto libero, forse più libero di altri nell’accogliere nuove proposte.

Dopo tanti anni passati a Locarno, come ha visto evolvere il cinema svizzero? Quali sono le sue forze e le sue debolezze?
Parlando di gender equality, il cinema svizzero è un cinema che da sempre, da quando lo frequento, quindi già da una quindicina di anni, ha dato grande spazio alle registe donne. Quest’anno abbiamo il piacere di averne una tra le più conosciute in Svizzera, Bettina Oberli che presenterà in Piazza Grande il suo nuovo film Le Vent tourne. Per citare invece un esempio di registe della nuova generazione, la giovane regista documentarista Nicole Vögele sarà a Locarno (Cineasti del presente) con un suo secondo lavoro Closing Time. Il suo primo film Fog [+leggi anche:
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è stato presentato alla Berlinale. Questo è un primo segnale credo estremamente positivo. Un altro punto che mi piace sottolineare del cinema svizzero è la varietà di proposte: ci sono registi che lavorano nella finzione come per esempio Denis Rabaglia che presenterà in Piazza Grande la commedia Un nemico che ti vuole bene, un film che non è per forza un film da festival. Ci sono invece registi che lavorano più nel registro diciamo del cinema indipendente e anche documentario. Questo è un altro elemento estremamente positivo. Poi le difficoltà e i punti sui quali bisogna ancora lavorare sono ovviamente legati al fatto che la Svizzera è un paese piccolo, diviso in tre (o meglio quattro) realtà linguistiche, quindi di conseguenza anche tre realtà di produzione differenti. A livello delle coproduzioni la Svizzera spesso non riesce ad imporsi nei rapporti di forza. E come si sa, le coproduzioni sono comunque un elemento essenziale per la vita del cinema svizzero. 

Pensa che nel futuro il Locarno Festival si aprirà al mondo delle serie tv?
Nel caso specifico della 71esima edizione c’è stata la voglia di mostrare la serie di Dumont, perché ci è piaciuta, ci ha sorpreso e divertito. La cosa bella del lavoro di Dumont e nel caso concreto di Coincoin et les z’inhumains, è che è un film leggero, grottesco ma che racconta anche molto del mondo in cui viviamo, del rapporto per esempio con gli immigrati, del fatto che non riusciamo a riconoscerci tra di noi, delle comunità chiuse, penso non solo alla Francia ma anche all’Italia e alla Svizzera stessa. Poi nel futuro si vedrà, sicuramente per quest’anno questo è un elemento di novità. Io ho sempre detto che per mostrare delle serie nei festival bisogna trovare il modo giusto. Riproporre in sala una serie che è già uscita in tv non ha senso, far vedere un episodio equivale a far vedere un film quindi bisogna trovare il modo giusto di farlo.

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