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LOCARNO 2018 Cineasti del presente

Antoine Russbach • Regista

“Cerco di dare ai personaggi una certa complessità morale”

di 

- LOCARNO 2018: Abbiamo incontrato Antoine Russbach, autore del perturbante lungometraggio Ceux qui travaillent, presentato al Festival di Locarno nella sezione Cineasti del presente

Antoine Russbach  • Regista

Abbiamo incontrato Antoine Russbach, autore del perturbante lungometraggio Ceux qui travaillent [+leggi anche:
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intervista: Antoine Russbach
scheda film
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, presentato al Festival di Locarno nella sezione Cineasti del presente. Ci racconta con passione e con un pizzico di ironia dell’universo dei “colletti bianchi”, e soprattutto della sua personale visione del cinema.

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Cineuropa: Nel tuo corto Les bons garçons si parlava già di alienazione nel mondo del lavoro. Perché questo tema?
Antoine Russbach: Ci sono alcuni temi che mi affascinano nella società, delle questioni a cui non trovo risposte, materia costante di riflessioni e di dubbi. Cerco di scavare in queste zone d’ombra, i momenti in cui le nostre ideologie falliscono. Nella realtà delle cose siamo tutti in una zona di compromesso, di disordine, ed è proprio lì che il cinema deve indagare. Le zone grigie in cui tutto diventa incerto e ignoto. In Les bons garçons mi affascinava l’idea della meritocrazia, lo slogan “Volere è potere”. Penso sia una cosa veramente violenta e crudele. È uno slogan bellissimo, perché significa che tutto è possibile, ma al tempo stesso traumatico per chi non ce la fa. E tutta la nostra società è costruita su questa ideologia. A me piacciono molto le questioni moralmente controverse, tese.

Per il mio ultimo film mi sono interessato all’alienazione nel mondo del lavoro, ma stavolta nell’ambiente dei colletti bianchi. Una sorta di auto-alienazione, che risulta estrema. In Ceux qui travaillent, un uomo si sente in dovere di commettere un crimine per l’azienda in cui lavora, anche se nessuno gli ha chiesto di farlo. In che modo il lavoro si insinua nel nostro spirito, nelle nostre famiglie, nelle nostre menti? Il personaggio di Frank riesce a gestire due mondi, lavoro e famiglia, con una facilità sconcertante.

I personaggi del film sono molto credibili, forti e complessi: come funziona il tuo lavoro con gli attori?
Cerco sempre di dare ai personaggi una certa complessità morale, di metterli di fronte a problemi complicati. Mi piace che gli attori abbiano qualcosa su cui lavorare, uno sforzo da fare. Io non risolvo le cose per loro, non do risposte. Fare film significa mettere in discussione delle realtà, delle problematiche e delle ipotesi. Io amo lavorare con improvvisazioni, tenermi tutte le porte aperte. Le storie che racconto sono in qualche modo delle realtà che costruisco per capire meglio il reale, il mondo. Il passaggio all’atto, al film, alla recitazione, è il momento in cui appare ciò che è verosimile. Tutti possono contribuire con delle risposte, soprattutto gli attori. Olivier Gourmet ha messo del suo, in modo molto personale. Ha capito davvero il personaggio, meglio di me, da molti punti di vista. Si è appropriato della sceneggiatura. Una sceneggiatura che propone una sfida morale è un canovaccio che può essere maneggiato ed espresso in modo molto diverso.

Ceux qui travaillent è un film esteticamente essenziale, moderno, crudo e crudele al tempo stesso: che ruolo hanno avuto le ambientazioni, in questo universo?
Un’ambientazione realista è fondamentale, per me. Ho lavorato molto sui costumi e sule scenografie. Volevo che apparisse un mondo ideale ma dove emergono le imperfezioni. Volevo che la casa di Frank fosse il riflesso di ciò che i personaggi pensano e sognano. Un sogno che alla fine non è davvero ideale e perfetto. C’è casino, ci sono i bambini che rovinano i dettagli immacolati degli spazi. Una Porsche con il posacenere rotto, un completo con aloni di sudore, un bottone malmesso: tutti dettagli che perturbano un ambiente che sembra perfetto. Con l’aiuto di mia sorella ho fotografato tutti gli uomini d’affari che vedevo in città, con un teleobiettivo per non farmi vedere. Abbiamo individuato tutti questi dettagli che escono dall’ordinario: borse della spesa, occhiali da sole bianchi anni ’70. Se inizi a vedere al di là dell’uomo in giacca e cravatta ti accorgi che sono tutti diversi. Anche nell’ufficio volevo che regnasse il casino. Molti film d’autore francesi mostrano le aziende come il regno del male, bianche, simmetriche, con asettiche luci al neon. Nella realtà non esistono. Il problema è che ci diciamo sempre che non siamo come loro, che sono diversi, l’impero del male. Volevo infrangere questa idea, con degli ambienti “normali”, che rimandano al nostro universo, e che questo ci turbasse. Riguardo al modo di girare, volevo che il focus fosse su Frank. Vediamo attraverso i suoi occhi.

(Tradotto dal francese)

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