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Jessica Woodworth • Produttore

Una questione d’indipendenza

di 

- Attraverso la loro casa di produzione con sede in Belgio, Jessica Woodworth e Peter Brosens hanno finanziato, come tutti i documentari precedenti, questo primo lungometraggio di fiction

Jessica Woodworth • Produttore

Cineuropa: Avete prodotto il vostro film da soli. È stata una decisone artistica importante?
Jessica Woodworth: Bo Films è una società artigianale, facciamo tutto da soli (ride). E, soprattutto, era impensabile per noi non poter avere l’ultima parola sul film. Peter ha sempre autoprodotto le sue pellicole con un budget basso e dei partner, colleghi, amici. Dall’inizio, abbiamo ottenuto il massimo sostegno dalla Communauté française de Belgique e dal Vlaams Audiovisueel Fonds (VAF). Attraverso la società Motion Investment Group, abbiamo avuto finanziamenti anche dal Tax Shelter. In seguito, grazie al nostro produttore tedesco, Ma.Ja.De, ZDF/Arte, Berlin Brandebourg e altri fondi sono rientrati nel progetto, e ad essi si è unito anche l’olandese Lemming Film. Ma non abbiamo avuto Eurimages, e abbiamo girato al 70% del nostro budget. Avevamo previsto 2,5 milioni, e abbiamo girato con 1,7 milioni.

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Com’è stato passare dal documentario alla fiction ?
Il modo di finanziare il documentario è cambiato molto negli ultimi anni. Bisogna prendere più rischi, girare tutto il film e poi presentare delle immagini per ottenere il finanziamento. Sono metodi che non volevamo più. Senza parlare poi dei vincoli di diffusione e dello standard di 56 minuti. Avevamo voglia di libertà, e abbiamo deciso di giocare la partita: abbiamo dovuto imparare come scrivere una sceneggiatura, come si finanzia. Abbiamo comprato tutti i libri che suggerivano “c’è bisogno di una pagina al minuto", roba ridicola, abbiamo seguito addirittura dei corsi con consulenti americani, hollywoodiani. Era assurdo, ma ci ha aiutato ad articolare meglio ciò che volevamo fare. Avevamo bisogno di una sceneggiatura di almeno 60/70 pagine anche se la versione finale è di 24. Ma certo non potevamo finanziare una sceneggiatura di 24 pagine! È una cosa impossibile, a meno che non ti chiami Gus Van Sant !

Come va con la distribuzione e la vendita del film?
Il nostro rivenditore Telepool ha dei buoni contatti con gli Stati Uniti dopo Toronto e il Sundance. Le proiezioni sono state completate, come d’altra parte a Venezia. Gli americani sono sensibili alle questioni ambientali. Ma le reazioni della stampa sono state anche radicali: lo hanno amato o odiato. E questo spesso fa torto al film. La giuria del Leone del Futuro era molto eclettica, e la generazione intorno ai 25-30 anni è stata molto toccata dal film. La nostra grande sorpresa è arrivata dalla Francia, dove nessuno l’ha voluto. Il potere dei distributori è folle, decidono se un paese, un pubblico intero, abbiano il diritto di vedere o meno un film!

State lavorando attualmente a un nuovo progetto?
Sì, Fragment of Grace, un nuovo lungometraggio di fiction, ma siamo all’inizio della fase di finanziamento. Si tratta ancora di una co-produzione tra Germania, Paesi Bassi e Belgio, ma forse anche Francia, Regno Unito o Stati Uniti. Siamo alla prima versione della sceneggiatura e ci piacerebbe girare l’anno prossimo. Finalmente, le riprese si terranno in Belgio! Saremo tra il Perù e Belgio. Il film è ambientato nella società quetchua, ed il ruolo principale sarà affidato ad una donna, europea o americana. E sarà molto diverso da Khadak [+leggi anche:
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, ma saranno riproposti alcuni dei suoi temi, come lo sfruttamento della terra.

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