email print share on facebook share on twitter share on google+

Jessica Woodworth • Regista

"Far cadere il cielo..."

di 

- Da più di dieci anni percorrono le steppe della Mongolia. Sono documentaristi, ma si prestano alla fiction, con successo

Jessica Woodworth • Regista

Leone del Futuro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, Khadak [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Jessica Woodworth
intervista: Jessica Woodworth
scheda film
]
di Jessica Woodworth e Peter Brosens racconta la storia di "un ragazzo nomade dal destino molto bizzarro: diventerà sciamano, rifiutando però il suo destino e facendo cadere il cielo, ristabilendo un po’ di equilibrio in questa debole società."

Cineuropa: Khadak è il suo primo lungometraggio fiction. Come è passato a questo genere?
Jessica Woodworth: Tutto è avvenuto con la massima naturalezza. Avevamo un’idea per un documentario sull’aviazione e il socialismo in Mongolia, ma dopo aver lavorato sul posto ci siamo sentiti molto frustrati, perché abbiamo capito che non saremmo mai arrivati ad esprimere tutto quello che avevamo scoperto in un format per canali pubblici. E nella fiction avevamo anche maggiore libertà per captare questa tensione.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

La tensione tra cultura e sfruttamento selvaggio del Paese?
La Mongolia è un Paese in transizione. È indebolito dalle grandi società minerarie e da un governo corrotto. Oggi è un Paese che si svende. Attenzione: noi non siamo contrari alle miniere e allo sviluppo. Bisogna soltanto stabilire fino a che punto e a quale prezzo si può sfruttare la terra. C’era un equilibrio piuttosto armonioso nelle steppe: terra, animale, uomo. Una famiglia. Durante la seconda tappa, una madre lavora in una miniera decidendo di adattarsi. Il nonno non le parla più. Il ragazzo deve gestire da solo il suo destino. Tutto questo è ben chiaro nella storia: esiste un pericolo. Politicamente il film è abbastanza provocatorio. Se questo per un pubblico occidentale è un dettaglio sottile, per uno spettatore mongolo è invece molto evidente.

Lei ha lavorato con dei mongoli su scena?
Tre amici – un giornalista, uno scrittore e un produttore cinematografico – hanno letto tutte le versioni, le hanno commentate e ci hanno aiutato a formulare i dialoghi più importanti. I mongoli si esprimono con pochissime parole, attraverso lunghi silenzi. Durante le riprese abbiamo lavorato molto con gli attori per trovare i dialoghi che esprimano meglio quello che avviene sulla scena. In effetti si tratta soprattutto di sottintesi. E si trattava anche rispettare il pubblico che deve impegnarsi per scoprire cosa significa questa storia. Non è un film leggero né abbiamo mai cercato di farlo. È un film da vedere diverse volte. Ma è necessario che la prima visione sia forte e sacra.

Da dove questo titolo, che ricorda un ritorno a questo sacro?
Quando abbiamo presentato il film a Venezia c’era anche il ragazzo che interpreta il ruolo di protagonista. E quando è stato invitato sul palco per esprimere la sua prima impressione sul film ha detto: "Il mio popolo soffre, il mio paese è malato, e questo film deve funzionare come un khadak per salvare e proteggere il mio popolo". Abbiamo fatto questo film anche con e per i mongoli. Non siamo andati a filmare dei bei paesaggi.

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche